“Selezione Birra” 2012: il mio bilancio

Dopo essermi dilungato sull’esperienza al concorso “Birra dell’Anno”, due parole ora sulla fiera vera e propria, “Selezione Birra” anche se il più evocativo nome di “Pianeta Birra” fatica a uscire dal nostro vocabolario.

Come al solito, la cosa più bella di “Rimini” è incontrare persone che per motivi geografici si riescono a vedere solo un paio di volte l’anno, nonchè il senso di appartenenza a un gruppo che condivide la stessa passione.

Ma l’altra cosa bella è l’opportunità di assaggiare (non dimentichiamolo: a sbafo) prodotti di birrifici che, sempre per motivi geografici, o perchè attivi da pochissimo tempo, risultano altrimenti impossibili da approfondire.
Insomma, ogni anno “Selezione Birra” rappresenta una buona istantanea di quella che è la scena birraria nazionale (con qualche “intromissione” svizzera) da tutti i punti di vista, sia da quello del prodotto sia da quello commerciale, dal momento che essendo una fiera pensata per gli operatori buona parte dei visitatori sono gestori di ristoranti e locali (li riconoscete, sono quelli che si sbronzano per primi), che dimostrano sempre un grande interesse nei prodotti dei microbirrifici nostrani (perlomeno fino al momento di vedere il listino…)

Com’è nel 2012 questa fotografia? Secondo me, un po’ mossa.

Cose positive: l’area destinata ai microbirrifici è stata più ampia che negli ultimi anni, con un numero di espositori in discreto aumento. Tanti nomi nuovi, e questo è un bene.
Nello stesso padiglione inoltre erano presenti numerosi produttori/rivenditori di impianti e strumentazioni che mi sono sembrati di livello più alto rispetto agli altri anni (c’erano linee di imbottigliamento molto appariscenti) segno che il mercato cresce e che molti birrifici stanno uscendo dalla fase “poco più che hobbistica” facendo anche investimenti importanti che sono l’unica via per espandere il business.

Cose negative: il numero di birrifici aumenterà (anche se meno rapidamente rispetto all’anno scorso) ma il livello medio mi sembra sempre costante, anzi forse addirittura in discesa (come se la qualità complessiva sia ora da dividere da più attori). Tanti birrifici nuovi (non tutti), sempre secondo me, partono in maniera un po’ ingenua, con idee un po’ distorte del mercato e del prodotto. Delle novità provate, ben poche mi hanno convinto a fondo, inoltre la situazione è molto diversa rispetto a cinque anni fa, quando si poteva fare il grande salto senza pensarci troppo su. Da questo punto di vista Brewfist ad esempio secondo me deve essere un faro. Sì, servono investimenti importanti, ma è il mercato, non un gioco…

Un’altra cosa che mi fa un po’ storcere il naso è l’assenza di alcuni produttori “storici” o comunque di alta qualità. Ognuno decide ciò che vuole del proprio business, ma mi chiedo cosa possa spingere a non partecipare a quella che, con tutti i suoi limiti, è la principale fiera nazionale del settore. Mancanza di tempo, o saturazione della produzione e quindi non necessità di cercare nuovi clienti/canali? Secondo me la crescita deve essere perseguita con costanza e senza limiti, soprattutto in questi tempi di difficoltà. E se anche fosse, nei loro panni parteciperei solo per il “sentirmi parte del gruppo”. Va detto che comunque le personalità di molti di questi birrifici erano presenti come visitatori, e quindi quest’ultima accusa un po’ cade.

Cosa ho bevuto di buono:
l’ormai “solito” Foglie d’Erba, che dobbiamo abituarci a non vedere più come una novità. Mi riferiscono che qualche birra non era troppo a posto, ma (fortunatamente?) non l’ho assaggiata. Degna di nota la Freewheelin’ IPA, medaglia di bronzo al concorso (e, di fatto, migliore IPA italiana del 2012).
Ho “riscoperto” anche se fugacemente Almond 22, un produttore che fa ottime birre ma non viene mai celebrato come dovrebbe.
Allo stand del birrificio B&C era presente Lelio Bottero con le due birre “Niimbus” prodotte per il locale della figlia. Realizzate con mosto di uva moscato, risultano piuttosto caratterizzate dallo stesso, coprendo un po’ il resto.
Quelli di Brewfist, come già detto, sono ormai un punto di riferimento con una gamma consolidata (anche se la Fear non era proprio al top). In più hanno portato una nuova Imperial Porter chiamata X-Ray, molto ben fatta.
Un birrificio invece per me completamente nuovo dal quale ho trovato buone birre è il Piccolo Birrificio Clandestino di Livorno, con una discreta punta nella “Santa Giulia”.

Ma la novità migliore, e che più mi ha fatto piacere scoprire, è stata quella del Birrificio del Forte, degli amici e “vecchie conoscenze” della scena birraria Carlo “Zurgo” Franceschini e Francesco “Frà dal Forte” Mancini. Due birre in stile inglese (bitter e una strepitosa porter, la “Due Cilindri”) e due in stile belga (una blonde molto beverina e una tripel/belgian strong ale) tutte assolutamente ben fatte tenendo conto che sono partiti da pochissimi mesi. A ciò abbinano un’immagine giovane e vincente, un serio progetto imprenditoriale e una grandissima competenza che deriva appunto da anni e anni di passione. Insomma, quello che i nuovi birrifici devono fare e il contrario dell’atteggiamento un po’ approssimativo che criticavo sopra. Bravi.

Fronte Toccalmatto: anche se aborro abbastanza la mania delle one-shot, la “B Space Invader” che non avevo mai assaggiato mi è piaciuta, molto morbida, sarà anche stata la spillatura a pompa.
Mi ha convinto meno la “Due di picche”, la “Black IPA” di Menaresta, un po’ troppo tostata per i miei gusti, ma assolutamente encomiabile la solidità della loro gamma e la Birra Madre che ho avuto finalmente l’occasione di assaggiare per la prima volta, un perfetto Lambic piatto della Brianza. Non a caso ha vinto il primo premio nella categoria Birre Acide, giudicata dal tavolo che comprendeva un certo Yves Paneels che di acidi mi dicono se ne intenda…

Le altre novità, francamente, mi hanno come già detto lasciato un po’ deluso: niente di cattivo, per carità, ma tante piccole cose da sistemare. Rimandati a settembre (o al prossimo evento birrario)!

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La mia esperienza a “Birra dell’Anno 2012″

Passata ormai una settimana, dico la mia sulla duplice esperienza di Rimini, il concorso Birra dell’Anno da un lato e la fiera vera e propria, Selezione Birra, dall’altro.

Parto dall’articolo che mi preme di più, quello sulla mia esperienza da giudice.

Inizio subito con un grazie, che va a Unionbirrai e alle persone che ci sono dietro, prima di tutto per avermi dato l’opportunità senza eguali di far parte della giuria del più importante concorso birrario in Italia, e poi per l’organizzazione dell’evento davvero ben riuscita.

Com’è stato fare il giudice? Come ha già detto Andrea Turco, molto, molto impegnativo. É stato infatti necessario mantenere una concentrazione elevatissima per molte ore consecutive e per due giorni. Avevo paura che le principali difficoltà sarebbero state “fisiche”, ovvero dovute sia all’inevitabile effetto dell’alcool sia alla rapida diminuzione di capacità gustative e olfattive per le moltissime birre da giudicare. E invece no, la vera sfida è stata mentale, nel cercare di sezionare e capire in pochi centilitri tutte le birre, dalla prima alla cinquantesima. Non è detto che ciò riesca sempre bene, ma il fatto di giudicare in panel aiuta senza dubbio a smussare gli errori e i bias dovuti a eventuali gusti personali.

É stata senza dubbio un’esperienza formidabile dalla quale spero di aver imparato molto. Per fortuna, sebbene nelle “scremature” il giudizio fosse individuale, e solo le “finali” erano discusse tra tutto il panel, c’era sempre un confronto tra i giudici, cosa che ha rappresentato senza dubbio il momento più formativo.

Non è stata solo una mia impressione: il livello generale delle birre non era molto elevato. Se quelle da “riga sul foglio”, ovvero con difetti evidenti, erano poche, un buon numero manifestava caratteristiche non ottimali dovute proprio alla ricetta stessa o ai metodi di produzione. Va anche riconosciuto che le modalità di servizio (seppur ineccepibili, eh!) e di assaggio portavano la birra a non essere sempre nelle sue migliori condizioni (bicchiere per forza di cose non adeguato per lo stile, temperatura di servizio che inevitabilmente cresce durante l’assaggio…)
Infine, una caratteristica di una birra che per me, sarò un beone, è molto importante è la bevibilità (unità di misura: i secchi), cosa assolutamente ingiudicabile in un concorso dove l’assaggio, giustamente, è di pochi centilitri. Birre rese famose dalla loro bevibilità ma con forse una lieve puzzettina sono magari finite dietro a birre senza difetti ma più spente e che annoiano più in fretta. Va anche considerato che le birre erano in bottiglia, e come sappiamo bene molte etichette importanti danno il meglio di sè alla spina. Ma su queste due cose, ahimè, non ci si può fare nulla.

I risultati sono stati già ormai commentati da tutti e quindi evito. Fa strano però sapere di birrifici straordinari che non solo non abbiano raccolto medaglie, ma nemmeno siano finiti tra i primi cinque in nessuna categoria. Purtroppo il concorso non è ancora una macchina perfetta: lo stato di una birra può dipendere da mille varianti (temperatura di servizio e bicchiere sono uguali per tutte, e possono penalizzare di più una e avvantaggiare un’altra) e nonostante tutto una piccola, piccola influenza del fattore “C” può sempre esserci.

Osservando, a posteriori, la lista dei partecipanti, è facile osservare come parecchi nomi grossi non fossero in concorso. Alcuni per motivi vari e non per presa di posizione, ma molti invece volutamente se non polemicamente.
I motivi? Schigi si incazzerà, ma non si può omettere la (legittima) paura di ottenere magri risultati, sulla quale c’è poco da commentare. Più da dire ci sarebbe su quanto ho scritto nel paragrafo sopra, ossia che l’esito può dipendere da varianti non solamente dovute alla birra, cosa della quale molti produttori si sono forse resi conto e hanno scelto di non partecipare.

Il problema principale, secondo me, risiede nelle categorie. Le suddivisioni esistenti infatti da un certo lato rischiano di essere troppo restrittive (durante le degustazioni parecchie birre, seppure ottime, sono state penalizzate per non essere dentro alle linee guida fornite da Unionbirrai) e dall’altro mettono insieme birre che hanno ben poco a che fare (ricordo che è compito del birraio scegliere la categoria alla quale iscrivere la birra).
La soluzione non è dietro l’angolo e non ho sicuramente l’esperienza per proporla. Un’idea, tanto per spararne una, potrebbe essere fare come al Mondial de la Bière, dove non ci sono categorie e il giudice riceve la birra senza indicazione di stile: è suo compito definirlo e giudicare la birra di conseguenza. Certo che ciò sarebbe una completa rivoluzione rispetto a come è impostato il concorso adesso.

Sarebbe bello se i “nomi grossi” che non han partecipato volessero dir la loro, perchè penso che avrebbero solo da guadagnarci ad ottenere i risultati che meritano (perchè li meritano), mentre negandosi, con una certa vena polemica, a mio avviso non ottengono molto, perlomeno non in simpatia, anche se essere “cattivi” per molti è più cool. Ne chiamo direttamente in causa alcuni, visto che sono molto attivi su internet: di nuovo Schigi per Extraomnes, Tyrser per il Bi-Du, ma anche Valter Loverier per LoverBeer, Nicola Perra di Barley, Bruno Carilli di Toccalmatto.
Naturalmente anche Unionbirrai dovrebbe porsi il problema, perchè ne va dell’autorevolezza del concorso a non vedere premiate quelle che effettivamente sono le migliori birre sul mercato.

Resta comunque molto positivo il mio giudizio sul concorso, dal momento che l’organizzazione di Unionbirrai (sia delle degustazioni in sè, sia delle attività collaterali come l’ospitalità dei giudici) è stata veramente notevole, e anche i risultati, tutto sommato, sono assolutamente credibili. Per citare Kuaska e le corse per cavalli, sono ben pochi i “brocchi” che hanno vinto, e questo all’organizzazione non può che far piacere.

Concludo con gli aspetti più personali: l’esperienza per me è stata assolutamente galattica. Degustare e giudicare birre di fianco a Jos Brouwer e di fronte a Carl Kins è come per un prete recitare messa insieme al Papa a San Pietro, più o meno. Oltre a ciò, l’evento è stata una grande occasione per incontrare tante ottime persone, molte già conosciute (penso ad Anna e Leo, Luca Celoria, il Camaschella, Giorgio Marconi, Rosalba e Max Faraggi… ma soprattutto il buon Turco che ha avuto la pazienza di sopportarmi come compagno di camera per tre notti – una delle quali tra l’altro l’ho lasciato chiuso fuori…), altre che non conoscevo ma che ho avuto la fortuna di incontrare, molte delle quali famosissime a livello internazionale ma assolutamente umili e amichevoli.

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Birre nel Baltico: Riga

Continuiamo il report del nostro viaggio di Dicembre con la seconda (e ultima) città visitata: Riga, capitale della Lettonia.

Raggiungiamo la città da Vilnius in bus, l’unico mezzo concretamente utilizzabile. Ho prenotato il viaggio con la compagnia “Toks“, la durata è di quattro ore ma l’automezzo è abbastanza confortevole con sedili larghi e le strade non sono sicuramente peggiori di quelle italiane. Vi consiglio disinteressatamente il nostro albergo, davvero un rapporto qualità/prezzo ottimo.

Riga delle tre capitali baltiche è la più grande e la più economicamente sviluppata. E’ anche la più turistica: a differenza di Vilnius dove siamo sempre stati gli unici stranieri ovunque andassimo qui capita di vedere con una certa frequenza il tipico gruppetto casinaro di ragazzetti italiani (in viaggio non certo per la birra…), anche se non con la drammatica frequenza di Amsterdam. Il centro storico di Riga è comunque piccolo e si gira molto tranquillamente a piedi. La città vecchia è molto bella, oltre agli edifici più famosi come il Duomo, la casa della confraternita delle teste nere, i palazzi delle gilde, presenta anche molti scorci pittoreschi e affascinanti.

Essendo a Riga con l’occasione di far visita a un amico temporaneamente trasferitosi per motivi di studio, la nostra visita non è stata incentrata sulla birra come quella di Vilnius. In ogni caso non avrebbe potuto esserlo, dato che l’offerta birraria della Lettonia, pur discreta, è molto meno interessante di quella della Lituania. Ciononostante, a differenza che per Vilnius, avevamo in questo caso a nostra disposizione, oltre al report del già citato Cronache di Birra che ci ha detto dove andare a bere, una formidabile guida sui birrifici lettoni, che ci ha detto cosa bere. La guida, completamente gratuita, scritta in inglese e realizzata in modo davvero professionale, è ospitata su un sito/blog che, per quanto scritto nell’incomprensibile lingua lettone, dimostra che in ogni caso anche in Lettonia ci sia una piccola schiera di appassionati birrofili. Segnalo anche quest’altro sito, purtroppo anch’esso totalmente incomprensibile. Ok, parla di birra.

I birrifici della Lettonia sono circa una ventina, insomma un buon numero ma sempre meno di quelli lituani. Praticamente tutti producono birre a bassa fermentazione, col solito dualismo chiara/scura (Gaišais/Tumšais); qualcuno, specialmente quelli più piccoli, commercializza anche versioni delle proprie birre non filtrate. Gran parte del mercato è occupato dai tre maggiori marchi, Aldaris (proprietà del gruppo Carlsberg), Līvu e Cēsu, i quali nella “classifica” stilata dalla guida (ottenuta mediante un sondaggio tra gli appassionati) occupano gli ultimi tre posti. Meritatamente, per quello che ho assaggiato: si tratta di blande lager industriali, anche se Aldaris produce la “Porteris” l’unica Baltic Porter (quindi a bassa) del paese, che non ho trovato purtroppo, visto che pare sia più che buona. Tutti gli altri produttori si spartiscono le briciole, qualcuno è più grosso, qualcuno più piccolo, ma la dimensione media è comunque ragguardevole, molto superiore a quella dei colleghi italiani.

C’è da dire che, a parte una eccezione che vedremo di seguito, a Riga non esistono pub dedicati completamente alla birra locale come a Vilnius. Praticamente in ogni bar è presente almeno una birra nazionale: nei caffè più banali Aldaris o Livu (Cesu è meno diffuso), nei locali magari un po’ più attenti si possono trovare birre di 1-2 produttori minori. Si può quindi andare un po’ alla cieca, anche se è stato divertente cercare di assaggiare almeno una birra per ogni produttore, missione praticamente riuscita.

Il livello medio delle birre lettoni è tra il mediocre e il discreto. Esclusi i tre produttori industriali già citati, tra gli altri ci sono differenze qualitative molto sottili, ma è stato comunque possibile fare una specie di graduatoria, che rispecchia abbastanza quella della già citata guida. I migliori prodotti che abbiamo bevuto arrivano sicuramente dai birrifici Užavas e Tervetes, altri nomi da seguire sono Valmiermuiža, Abula/Brengulu, Bauskas.

Il primo locale di quelli segnalati dove andiamo si chiama Alus Arsenals, e si trova nella piazza del castello (Pils Laukums), con ingresso dalla via retrostante. Il locale piuttosto grosso ma situato in una cantina e di bell’aspetto, presenta due birre fatte per il locale (Ratebeer dice dal produttore Brūveris), una chiara e una scura non filtrate piuttosto somiglianti a birre di frumento anche come profilo aromatico. Abbiamo bevuto anche una Užavas Tumšais e una Tervetes chiara ma in condizioni ingiudicabili: senza schiuma, sgasata e con odori di solvente e zafferano (!?!). Come riportato già da Andrea Turco, anche noi è infatti capitato di trovare non infrequentemente birre in condizioni meno che ottimali, molto probabilmente per mancanze dei locali visto che, come nel caso di questa Tervetes, un successivo assaggio in un pub differente ha sempre dato risultati molto diversi e soddisfacenti. Tornando all’Alus Arsenals, il cibo è buono ma ci è arrivato dopo un’attesa lunghissima (un’ora o poco più) nonostante il locale fosse tutt’altro che pieno. Boh…

Un altro locale, segnalato già dal Turco, è Alus Ordenis, vicino al monumento della libertà. Anche questo locale si trova nella cantina di un edificio, diciamo che si tratta più di un ristorante dato che c’è un menu abbastanza strutturato, noi ci andiamo per ora di aperitivo, trovandolo completamente deserto, e ci restiamo fino a quasi l’ora di chiusura senza che entri nessun altro. Devo dire che mi aspettavo una scelta più variegata, dato che le uniche birre che beviamo sono di Bauskas e Tervetes, tuttavia buone e stavolta servite in ottimo stato. Al piano di sopra c’è un cocktail bar, difficile comunque confondersi.

Un altro ristorante/birreria, segnalato stavolta su Ratebeer, si chiama Citi Laiki e si trova poco fuori dal centro sull’ampio Viale della Libertà (Brivibas Bulvaris). Il locale è carino, il cibo è ok, di birra non c’è una grande scelta dato che l’unica presente è la Bauskas (c’era in menu anche la Piebalgas ma non era disponibile). Penso che il posto sia finito su Ratebeer un po’ per caso, dall’esperienza fatta penso che in ogni ristorante della città sia possibile trovare come già detto almeno una birra di un produttore “minore” come in questo locale. Come all’Alus Ordenis ci siamo sentiti un po’ in imbarazzo o perlomeno ci è spiaciuto per la cameriera e i gestori, dato che eravamo praticamente gli unici clienti. E’ stata davvero una costante di questa città: ristoranti deserti, bar deserti, mercatini di Natale (molto numerosi) nelle piazze deserti, strade del centro semideserte, popolate al limite di (pochi) turisti. Insomma, ci è sembrata una città un po’ poco vivace: il nostro amico che era lì da qualche mese ci ha confermato che è così, e che tutto il paese e Riga in particolare ha subito negli ultimi anni un netto spopolamento, sopratutto emigratorio nelle fasce più giovani, che per la capitale è stato addirittura di quasi un terzo.

Sempre nei paraggi c’è il locale “Brālis”, presumo di proprietà dell’omonimo birrificio del quale serve le birre. Il locale è abbastanza particolare: ai muri ci sono decine di maglie e sciarpe di squadre di calcio e di hockey (vero sport nazionale lettone, mentre in Lituania è il basket) e i divani sono ricoperti da motivi leopardati. La posizione non centrale (almeno 20 minuti di cammino) tiene lontani i turisti. Qua beviamo la buona Gaišais, la sua versione non filtrata (che sembrava quasi una birra di frumento) e la Tumšais però in condizioni pietose (acida, brettata) che ritengo anche in questo caso imputabili all’impianto di spillatura.

Un altro locale che serve birre del proprio birrificio, questa volta in pieno centro, si chiama Alus Seta, di proprietà della catena Lido (nome anche del produttore). Il locale principale della catena è nella periferia della città e pare sia un grosso ristorante per famiglie costruito in legno a forma di mulino. Anche l’Alus Seta, sebbene l’interno soprattutto nella sala più raccolta sia carino e non pacchiano, è un ristorante self-service abbastanza turistico, dal cibo piuttosto unto. Se la prima sera entrambe le birre locali non sono disponibili (poco male: ripieghiamo su una ottima Užavas Gaišais e assaggiamo una industriale Aldaris Zelta), la seconda sera assaggiamo le discrete produzioni Lido, una chiara, una chiara al miele (poco evidente, solo un pelo più forte e complessa) e una scura. Dalla già citata guida, pare che il proprietario della catena sia un vulcanico imprenditore dal curriculum piuttosto discutibile, lanciatosi in progetti faraonici (tipo costruire un canale per collegare il Baltico al Mar Nero), sceso in campo in politica appoggiando un partito ultraconservatore e populista, e ora fallito e forse anche arrestato. Interessante.

Spero non abbiate già smesso di leggere perchè mi sono voluto tenere per ultimo quella che è l’eccezione di cui parlavo all’inizio, l’unico locale della città che punta apertamente sulla birra e che, ovviamente, svetta su tutti i già citati. Si chiama “S. Brevinga Alus Salons” e si trova in centro, nella porta di fianco all’Alus Seta (è talmente vicino che gli “ruba” la rete Wi-Fi. Nota di merito per la Lettonia: il Wi-Fi gratis è ovunque). Il locale è abbastanza piccolo, in stile un po’ kitch ma riuscito, con un lungo bancone dotato di 20 o più spine, la maggior parte delle quali belghe/inglesi di buon livello, ma 5-6 locali e di produttori non troppo diffusi. Qui ci beviamo birre di Tervetes, Madonas, Abula/Brenguļu (stranissima, un dolcione ma mi è piaciuta), Rezeknis/Bruveris, Piebalgas, tutte servite nel giusto bicchiere e in condizioni ottimali. Il cibo è “pub grub” ma ben fatto e con anche una presentazione nel piatto curata; il locale è vivibile, non l’abbiamo mai trovato pieno ma comunque c’era della gente e anche dei giovani, vista la situazione degli altri esercizi visitati è già qualcosa. Ma la principale cosa che mi ha fatto un gran piacere scoprire è stato il fatto che oltre alle birre (ci sono anche un po’ di bottiglie belghe e inglesi) il locale vanta una selezione di Single Malt di tutto rispetto: quasi tutta la gamma degli imbottigliamenti Connoisseur’s Choice, compresi quelli di distillerie chiuse (Convalmore e Littlemill su tutti), e molti altri single malt, sia distillery edition che di imbottigliatori, anche qui comprese distillerie chiuse (Imperial, Inverleven, Dallas Dhu, Caperdonich e altri) e nomi che non è certo facile trovare. Il tutto a prezzi onesti, i meno cari (malti base di distillerie attive) sui 3,50 Lat (5 Euro), i più cari sugli 8 (12 Euro, ben spesi). Insomma, che siate appassionati di birra, di whisky o di entrambi è d’obbligo fare un salto a questo “S. Brevinga Alus Salons”. Inoltre la stessa proprietà gestisce in città anche un beer shop col medesimo nome dove però non siamo stati.

Comprare bottiglie di birre lettoni non è difficile tuttavia: in qualunque supermercato si trovano, oltre all’onnipresente Aldaris, birre di almeno altri 2-3 produttori. Noi siamo andati a un “Maxima” all’interno del gigantesco mercato coperto (da visitare, davvero una bella esperienza) ed erano disponibili birre di Bauskas, Užavas e Tervetes (i migliori in circolazione insomma), inoltre in un baretto all’aeroporto ho preso in extremis una bottiglia di Valmiermuiža Gaišais.

Per concludere: Riga è una città che offre di più di Vilnius al visitatore comune, ma che forse non merita un viaggio birrario dedicato (cosa che invece per la Lituania potrebbe essere eccome). Resta comunque una bella città nella quale è piuttosto facile trovare birra buona e locale, il tutto a prezzi affrontabili (leggermente più bassi dei nostri). Se vi capiterà di andarci spero che questo report possa esservi d’aiuto!

http://www.cronachedibirra.it/viaggi/4762/la-mia-estate-riga/
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Birre nel Baltico: Vilnius

Il nostro più recente viaggio è stato in due città poco battute dai Beer Hunters: Vilnius e Riga, capitali di Lituania e Lettonia.

Partenza sabato 3 dicembre con volo Wizzair da Bergamo diretto a Vilnius, non prima di aver fatto il “check-in” al festival “Le Bire de Nadal” al The Dome di Nembro (BG), un festival con una line-up di birre invernali da strapparsi i capelli. Il volo dura giusto il tempo di smaltire la sbornia, e arriviamo a Vilnius in perfetta forma andando subito in hotel a dormire dato che complice il fuso orario era l’una di notte passata.

Vilnius è una città abbastanza piccola ma che interpreta bene il suo ruolo di capitale. Si rivela ben oltre le mie aspettative: al di là del clima che, sebbene un po’ ventoso, non è poi molto più freddo che dalle nostre parti, mi colpisce soprattutto l’ordine e la pulizia della città, capitale della meno nota tra le tre repubbliche baltiche ma forse quella in cui la qualità di vita è superiore. Il centro storico è molto carino, con numerosi edifici di culto (sorprende la religiosità della popolazione: quasi tutti, passando davanti a una chiesa, si fermano per fare il segno della croce se non addirittura recitare qualche preghiera. Il problema è che c’è una chiesa ogni dieci metri), in stile che va dal Barocco-Rococò andante a un imponente Neoclassico, con anche qualche divagazione gotica. Il giro per il centro termina nella piazza della cattedrale e nella soprastante collinetta sulla quale svetta la ottagonale torre di Gediminas, ciò che resta dell’antico castello e dedicata al primo Granduca di Lituania che portò, agli inizi del 14° secolo, il paese a estendersi dal Baltico fino al Mar Nero.

Basta, parliamo di birra.

Al di sopra di ogni sospetto, la Lituania conta un gran numero di birrifici considerate le sue dimensioni, ma la cosa più interessante è la tipologia di birra prodotta. Dimenticatevi le Lager standard industriali che imperano pressochè ovunque, a parte in quei paesi ben noti come Belgio, Germania, Regno Unito, Repubblica Ceca. In Lituania vive, e gode anche di buon salute, la tradizione delle “Kaimiškas”, birre artigianali “di campagna”, un concetto esprimibile anche se parzialmente con la locuzione inglese “Farmhouse Ales”.

Già descritte da Andrea Turco su Cronache di Birra, le uniche altre notizie in un linguaggio comprensibile si trovano sul blog del Norvegese Lars Marius Garshol. E poi basta. Insomma, è una definizione fortunata quella di “il segreto birrario d’Europa meglio conservato”.

Ma come sono queste Kaimiškas? Non si tratta di uno stile vero e proprio, piuttosto è un termine ombrello che raggruppa birre prodotte artigianalmente, con lieviti propri, luppoli autocoltivati e malti nazionali, non filtrate o poco filtrate e dall’aspetto molto torbido, e generalmente caratterizzate da un profilo molto rustico, che non sempre porta a risultati che brillano per equilibrio, ma comunque si distinguono per personalità. Generalmente, il lievito fa sentire parecchio il suo apporto con sentori fruttati e un po’ fenolici che possono ricordare, insieme alla torbidità, birre di frumento tedesche.

Purtroppo, le pochissime informazioni recuperabili sulla rete hanno un po’ complicato il beer-hunting: è stato già tanto avere una lista di ottimi locali dove trovare Kaimiškas ed essere riusciti ad integrarla con altre info recuperate qua e là, ma non avendo riscontri sulle varie birre (lasciamo perdere Ratebeer, che va bene solo come database) siamo sempre andati alla cieca. Passiamo ai locali quindi.

Il primo è il “13 statinių” al numero 6 di Pilies Gatve, a pochi metri dalla piazza della cattedrale. Ha birre del birrificio Vilniaus Alus, e su alcune fonti viene indicato direttamente con quest’ultimo nome quindi non capisco se sia addirittura della stessa proprietà. Si trova all’interno di un cortile in un piccolo edificio accogliente con tanto di caminetto. Ci sono circa 4-5 spine, noi beviamo due birre, entrambe chiare (Šviesusis, mentre scura è Tamsusis) ma che ora non sapre identificare. Il primo impatto cone le Kaimiškas è particolare, dato che le birre di questo produttore non mi sono sembrate tra le più “rustiche”, ma comunque sono risultate interessanti quanto basta, con un mix di sapori tutti in evidenza, dal malto al luppolo passando per il fruttato e una punta di acido.

Una scelta molto più ampia e variegata, soprattutto alla spina, la si trova invece da Alaus Namai, locale abbastanza grosso nel seminterrato di un edificio su un vialone che costeggia il fiume Neris, a una decina di minuti a piedi dal centro. Una quindicina di birre lituane alla spina, con una lista plastificata che fortunatamente comprende una breve descrizione, anche in inglese, per ognuna di esse. Ce ne beviamo in tutto cinque (Jovaru, Ramuno Cizo, Paliuniskio, Sirvenos, Gintarines), è passato un po’ di tempo e non è che già allora avessi appuntato delle note di degustazione precise, ma differenze palesi a parte, come il colore chiaro o scuro, tutte risultano accomunate da quel carattere “imprevedibile” descritto sopra.

Un altro ottimo locale, dove purtroppo giungiamo a fine serata completamente “cotti”, è il Bamb Alynė, in centro. Il locale è già esteticamente molto bello, in una cantina di mattoni e arredato con casse di legno qua e là e tavoli e sedie d’epoca che fanno atmosfera. Ma è l’impressionante muro di frigoriferi (almeno 6), colmi di birre di piccoli birrifici lituani, che lo rende davvero una tappa imprescindibile. A differenza dell’Alaus Namai, sono disponibili solo bottiglie (il nome stesso del locale dovrebbe far riferimento a questa cosa, almeno così ho capito), non sapendo assolutamente da che parte cominciare chiedo consiglio alla giovane donna che sembra gestire da sola il locale e ci porta una bottiglia di “Dundulio Grynas” prodotta dal birrificio “Sirvenos” già assaggiato alla spina all’Alaus Namai (non capisco se si tratta della stessa birra, sembrava diversa). Gran parte delle bottiglie disponibili, come la nostra raffigurata nella foto, sono di plastica e di volumi importanti (1 litro o anche 2), cosa già vista fare altrove in Europa orientale. Purtroppo eravamo stanchi ed era sopraggiunto l’orario di chiusura del locale, quindi questa è stata la nostra unica bevuta, ma non ci sono dubbi che per tutti i Beer-hunters di passaggio in Lituania questo deve essere un locale da non perdere.

Solo il giorno dopo, perchè chiusi la domenica, riusciamo ad andare ai due Šnekutis. Sono forse i due bar più noti di Vilnius per trovare birre locali, e condividono nome, proprietario (un personaggio decisamente singolare!!!), menu e line-up di birre, ma non potrebbero tra loro essere più diversi. Il primo dei due si trova abbastanza in centro, tra la sinagoga e la “porta dell’Aurora”: circa 8 spine di birrifici lituani e qualche bottiglia, ambiente abbastanza moderno e illuminato, una sala all’ingresso e una più dietro. Entriamo e siamo gli unici clienti, il proprietario ci guarda con molto sospetto e resta sulle sue, anche perchè non parla una parola di non-lituano. Prendo una “Ponoro Tamsusis” che però non si rivela tra le migliori bevute del viaggio, e acquisto una bottiglia da portare a casa, la “Kupiškėnų Šventinis” che è quella raffigurata in bottiglia nella foto più in altro, che invece una volta bevuta si rivela discretamente buona. Ma è l’altro Šnekutis, quello nel quartiere Bohemien di Užupis (che invece troviamo, complice l’ora di pranzo e il brutto tempo, desolatamente vuoto), al quale si riferiscono entrambe le foto, ad essere molto più caratteristico, trattandosi di una baita di legno situata lungo la strada. L’interno è pieno di suppellettili di ogni genere tra cui un acquario con relativa tartaruga. Le spine sono le stesse dell’altro locale e anche il menu del cibo, che comprende alcune cose tipicamente lituane come zuppe, pancake (pankukas) e delle specie di grossi gnocchi (cepelinai) ripieni di carne di maiale e altro. Qui troviamo una signora abbastanza gentile a gestire il locale, che si addice molto di più alla personalità del proprietario rispetto al moderno pub del centro. Da bere prendiamo una “Jovaru Šnekutis“, suppongo fatta per il locale, e la “Butautu Dvaro Šviesus“, entrambe discrete e abbastanza “normali”, per la media delle birre lituane. Qui bevo anche un “Gira”, ovvero come chiamano qui lo Kvass. Di colore scuro, molto frizzante e con una schiuma evanescente, di grado alcolico praticamente nullo (sotto lo 0,5%), è risultato decisamente dolcino, ma con dei vari sentori di cereale, dovuti comunque alla sua origine. Una bevanda curiosa, ma preferisco continuare con la birra.

Il centro di Vilnius conta anche due brewpub (un altro è in periferia in un centro commerciale). Il primo che visitiamo è il Prie Katedros, nel grosso viale Gedimino Prospektas che si diparte dalla piazza della cattedrale. Tre birre prodotte, una chiara, una scura e una al miele, tutte “normali” e senza le strambezze delle Kaimiškas, di livello sufficiente. Il locale è bello, in una cantina di mattoni ma dall’allestimento moderno, votato anche ai turisti data la posizione centrale e di passaggio. Il secondo è Busi Trecias (nella foto), sempre in centro ma in posizione più defilata. Due birre prodotte, una chiara e una scura, entrambe a bassa fermentazione, due lager abbastanza banali; potabile la chiara, al limite della potabilità la scura. Il locale è più piccolo e dalle luci soffuse, frequentato più da giovani del posto. Insomma, ci sono voluto andare per completezza, ma i due brewpub meritano la visita giusto se prima avete visitato tutti i locali descritti in precedenza e non ne potete più di Kaimiškas!

In definitiva, birristicamente parlando, e non solo, Vilnius è stata una graditissima sorpresa. Meriterebbe più di un giorno, diciamo almeno tre, per potersi fare una idea concreta delle Kaimiškas e di quali sono i produttori effettivamente migliori. Chissà che non ci torni, il collegamento offerto da Wizzair è comodo e generalmente economico, e anche il costo della birra è decisamente vantaggioso (4-5 Litas a boccale, circa 1,3-1,5 euro)!

Prossimamente il report birrario dell’altra tappa di questo viaggio, ovvero Riga!

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Viaggio in Belgio – III parte: Fiandre

L’ultima parte della vacanza è molto più simile ai viaggi passati: noleggiamo infatti un’auto a Brugge e partiamo per le Fiandre.
La prima tappa è quasi obbligata: Westvleteren, con il café In de Vrede. Partire la giornata con la tripletta Blond-8-12 non ha prezzo… beh in realtà sì, visto che mi pare che il costo (per il consumo sul luogo, ovviamente) sia aumentato (4,70 € per la 12). Non proviamo neanche a chiedere per l’asporto: l’unica soluzione disponibile è una confezione regalo con due bicchieri + una bottiglia di 12 a più di 20 euro. Sì, ciao.

Ripartiamo e superiamo il confine con la Francia per un’altra tappa già conosciuta ma assoluatamente imperdibile: l’Estaminet “‘t Kasteelhof” a Cassel, nelle fiandre francesi. Per chi ancora non lo conoscesse, si tratta di un’autentica perla della tradizione, con ottima cucina locale, una buonissima selezione di birre della zona e anche una vista panoramica, visto che si trova sulla sommità del monte di Cassel (uno dei tre, insieme al Mont Noir e il già nominato Mont des Cats che caratterizzano la altrimenti piatta zona e danno il nome alla famosa birra 3 Monts). Riusciamo miracolosamente a trovare posto nell’ultimo tavolo rimasto e finalmente bevo la Kassels Bier, una forte Biére de Garde prodotta per il locale dalla Brasserie St. Sylvestre (la stessa della 3 Monts appena menzionata). Non manchiamo prima di ripartire di acquistare alcune rare birre locali allo spaccio annesso: il Nord della Francia meriterebbe senza dubbio un viaggio birrario dedicato.

Ampiamente soddisfatti torniamo in Belgio per una tappa un po’ fuori zona ma per me imperdibile: il locale “Casino” del birrificio “Cnudde” a Eine, sobborgo di Oudenaarde nelle Fiandre Orientali.
Questo piccolissimo birrificio rappresenta ormai l’unico produttore di una vera “Oud Bruin”, stile che troppo spesso viene confuso con la “Flemish red” e in realtà piuttosto differente, principalmente per l’assenza di invecchiamenti in legno e un’acidità più sul lattico piuttosto che sull’acetico.
Quella che sembra una tranquilla birretta pomeridiana si trasforma presto in un’esperienza memorabile: veniamo presto presi in simpatia da tutti gli avventori del locale (per lo più anziani, a parte un gruppetto di giovani, gli unici a parlare inglese) e dal vecchio dietro al bancone, che inizia a portarci birre a nastro nonostante il nostro tentativo di farlo smettere (da citare anche la scena dove gli suona il telefono mentre mi spilla una birra e mi fa cenno di continuare io). I giovani ci fanno da interprete, il vecchio praticamente ci dice che il locale non è il suo, e siccome mancano i proprietari le birre sono tutte “offerte” da loro. Dopo un’ora abbondante e cinque (o sei… non ricordo) birre, il gruppo di giovani ci accompagna in una visita dell’impianto di produzione, una bellissima esperienza. L’impianto presenta alcune analogie con quello già visto di Cantillon (il quale in confronto sembra moderno!) come la vasca di rame bassa e larga per il raffreddamento, ci vengono spiegati alcuni aspetti della produzione (ad esempio il colore bruno viene ottenuto solo tramite l’utilizzo di zucchero caramellato) e ci viene fatto assaggiare un esperimento, acido, forte e con ciliegie, direttamente dai “maturatori” (ovvero dei bidoncini di plastica). Purtroppo sembra che i tre fratelli proprietari e birrai non siano molto più determinati a continuare l’attività e i loro eredi non lo siano nel prenderla in gestione, un rischio che va assolutamente evitato. I giovani ci spiegano come si sentano affezionati a Cnudde, come la sentano “loro”, di Eine, e non di Oudenaarde, e come questo gli faccia sembrare strano il fatto che fossimo venuti apposta dall’Italia per bere la birra che loro bevono sotto casa.
Al nostro rientro nel locale questo si è popolato di gente che probabilmente, diffusasi nel paese la notizia di due italiani al “Casino”, non hanno voluto perdersi l’attrazione. Tra questi, una coppia che ci regala due lattine e una maglietta della Jupiler (apprezziamo il gesto…) Sono arrivate le otto e riusciamo finalmente a “scappare” ringraziando tutti per l’esperienza (e la birra..!) offertaci.

Sembra strano voler scappare da un posto simile, ma non avevo alcuna intenzione di mancare la nostra meta successiva. Trattasi della Ferme Brasserie Beck a Bailleul, di nuovo in Francia. Si tratta di un Estaminet/agriturismo colpevolmente troppo spesso trascurato, portato (in Italia) alla giusta fama solo da Monica e Davide Bertinotti. Facciamo una fatica tremenda a raggiungerlo: prima nei pressi di Lille le indicazioni per Dunkerque improvvisamente scompaiono portandoci a sbagliare strada; una volta a Bailleul invece i segnali per il locale sono inesistenti e il dedalo di stradine di campagna che lo precede, complici il buio e una toponomastica discutibile, praticamente irrisolvibile. Dopo molta frustrazione riusciamo ad arrivare: sono quasi le 22!
Ma perchè questo locale merita fama? Devo dire che me lo aspettavo molto diverso. L’Estaminet vero è proprio è una piccola costruzione in legno su due piani, con al piano terra la produzione e lo spaccio e sul soppalco la sala ristorante. Il cibo è il solito della tradizione locale, gustoso ed abbondante. Ma è la “Hommelpap”, l’unica birra prodotta tutto l’anno e l’unica allora disponibile, che merita sicuramente il viaggio. Si tratta di una biére de garde da 7 gradi assolutamente insolita, dal colore tendente all’arancione e un importantissimo apporto dato dal luppolo locale (siamo a pochi chilometri da Poperinge) che dona dei sentori di speziato (tendenti ovviamente all’erba cipollina data la provenienza) e quasi salato. Una grandissima scoperta e una delle migliori birre della zona. Peccato che la versione in bottiglia, una volta assaggiata a casa, sia solo un lontano ricordo di quella bevuta in loco…

Passata la notte in un B&B nell’Heuvelland (se si ha la macchina base tattica per visitare la zona) ripartiamo in direzione di Bruxelles, al cui aeroporto avremmo riconsegnato il mezzo. E’ domenica mattina, questo vuol dire una cosa sola: In De Verzekering Tegen de Grote Dorst!

Capitiamo in un orario forse un po’ sfortunato: a messa ancora in corso quando arriviamo in auto, cosa che ci costringe a parcheggiare abbastanza lontano. Tempo di arrivare al locale però la messa è finita, la gente va in pace, e il localino si riempie di gruppi di amorevoli vecchietti che bevono Jupiler a nastro. Aspettiamo a lungo in piedi, è difficile farsi servire anche al bancone dato che la folla è veramente numerosa e Yves e Kurt sono assenti, lasciando tutto il lavoro da svolgere ai genitori Maurice e Lydia (più un altro signore mai visto prima). Dopo un po’ riusciamo finalmente a sederci e a ordinare: purtroppo come già riportato da amici i prezzi dei Vintage sono cresciuti a dismisura nel giro di pochi anni: se qualche viaggio fa avevamo preso senza porci problemi una Gueuze del 1984 di Eylenbosch, ora bisogna sborsare una somma a tre cifre. Resta abbordabile il leggendario Faro del 1987, sempre di Eylenbosch, che apre così la nostra giornata: in qualche anno mi sembra fin cambiato, ormai veramente secco e moooolto marsalato… Chissà come sarà quello che da un po’ riposa nella mia cantina! La bottiglia seguente è un Lambic di De Cam del 1999, questo invece sorprendentemente fresco nonostante l’età. A fianco a noi una divertente coppietta americana (o canadese, non ricordo) con lui che, Lambicland alla mano, cerca di evangelizzare la fidanzata che invece sta bevendo succo di frutta.

Sono le 13 e il locale sta per chiudere, fino alla prossima domenica: data l’ora, tra le varie opzioni possibili per pranzo viriamo quindi sul classico (e vicino) De Heeren Van Liedekerke. Il locale è abbastanza affollato e l’atmosfera è sempre la medesima. Purtroppo però la lista vintage tende ad ogni nostra visita ad assottigliarsi come selezione e a gonfiarsi come prezzi, tantoché viro sulla lista classica e ordino due birre poco vintage, la Sodalitas e la Heerenbier (perlomeno, una delle tre diverse), entrambe fatte per il locale, la prima da Den Herberg di Buizingen (prima la faceva Kerkom, ultimamente un po’ preso col cambio impianto) e la seconda da Boelens. Il livello del cibo è sempre il medesimo, buono e conveniente. Io prendo uno “Stoemp” fatto coi fiocchi e un dolce che non ricordo ma come sapete la qualità dei dolci, preparati dal titolare Joost De Four in persona, è sempre alta. Insomma, il De Heeren resta sempre uno dei migliori locali/ristoranti in fatto di birra in Belgio, ma va fatto qualcosa per riportare la lista vintage ai fasti di un tempo sennò rischia di perdersi. Menomale che qualche anno fa siamo riusciti a bere le Cuvée Joost&Jessie (gueuze assemblate da Armand Debelder per il matrimonio della coppia) e ad accaparrarci una bottiglia di Crianza Helena (fatta da Cantillon per la nascita della loro figlia).

Il viaggio è terminato: lasciamo la macchina all’aeroporto di Bruxelles e ripartiamo per l’Italia. A presto Belgio, il prossimo viaggio sarà sicuramente in camper, per tappare un po’ di “buchi” ancora rimasti!

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Viaggio in Belgio – II parte: Gent e Brugge

Riprendiamo il report del nostro viaggio estivo in Belgio.

Mercoledì 24 agosto ci trasferiamo da Bruxelles a Gent in treno. Il nostro albergo è vicinissimo alla stazione, ma la città è piuttosto grande e quindi per andare in centro siamo costretti a prendere il tram, nessun problema comunque, corse frequenti, possibilità di fare il biglietto alla fermata, ecc.

Il primo posto “birroso” che andiamo a visitare è il birrificio “Gruut“, che si trova ai margini del centro storico. Definirlo brewpub sarebbe eccessivo, diciamo che è un birrificio con “tap room”: in pratica in mezzo ai fermentatori e a varie attrezzature produttive sono stati incastrati dei tavolini, oltre al bancone con le spine. Roba che in Italia l’Asl avrebbe da ridire…
Le birre prodotte sono cinque, tutte in stili tradizionali belgi ma realizzate insolitamente senza l’uso di luppolo, ma utilizzando allo scopo di amaricare/aromatizzare una miscela di erbe e spezie, il famigerato Gruyt/Gruut, da cui prende il nome il birrificio. Il posto è sicuramente insolito e carino (date un’occhiata ai pissoir), le birre sono tutte tendenti al dolcino senza grossi difetti, gradevoli senza far gridare al miracolo.

Il centro di Gent è molto bello, tra chiese gotiche e canali, e culmina nel “Kraanlei”, un lungofiume con una infilata di case seicentesche dai tetti a punta (immagine da cartolina e copertina dell’ultima edizione della Good Beer Guide), e nel castello Gravensteen. A brevissima distanza dai due, proprio sul canale, c’è il Waterhuis aan de Bierkant, bel locale che offre la scelta migliore di tutta la città in fatto di birra. A fianco ad esso c’è il ristorante Leontine, stessa gestione e con le stesse birre, che però è chiuso per ferie. Ripieghiamo su un luridissimo (è un complimento) Frituur dall’altra parte del ponte di legno, per tornare al Waterhuis dove, complice forse l’insolita bella giornata (eccezione nei sei giorni di freddo e pioggia continua che abbiamo trovato) c’è moltissima gente. Oltre alle numerose birre in bottiglia, il locale commissiona alcune birre agli immancabili De Proef e Van Steenberge. Queste sono la Gandavum, strong ale con dry hopping (questa fatta da De Proef), la Klokke Roeland (deve il suo nome a una grossa campana simbolo della città), dark strong ale decisamente più impegnativa (11 gradi) e la Mammelokker, ale ambrata che a differenza delle altre due, discrete, ho trovato troppo squilibrata tra stucchevole e sbruciacchiato. Dicono sia una birra “per le donne”… Mah.

Un altro bel locale a Gent è il Dulle Griet, nella bella Vrijdagmarkt a nord del centro. In un angolo della piazza si trova il famoso cannone che dà il nome al locale. L’interno è tanto bello quanto bizzarro (tra i vari oggetti figurano anche due parchimetri…), la lista delle birre non è sterminata ma ragionevole. Qui ci beviamo la nuova Troubadour Magma (fatta da De Proef…), l’ennesima Belgian IPA ben fatta ma abbastanza pigna, e la “classica” Gentse Tripel, birra senza infamia e senza lode fatta da Van Steenberge. Per una volta (le uniche 2 ore in tutto il viaggio…) il cielo è sereno e fa caldo, e ci accomodiamo nei tavolini esterni sulla piazza.

L’ultimo locale che visitiamo a Gent è il Trollekelder, in una piazza non lontano dalla Vrijdagmarkt dominata da una chiesa. La vetrina, e l’interno, è non sorprendentemente popolato di statue di troll, alberi, funghi e oggettistica varia; la lista è più ridotta di quella del Dulle Griet, ma comunque è un posto da visitare. Anche qui è presente una birra fatta per il locale dall’immancabile Van Steenberge, una strong ale discreta.

Un altro locale di Gent che pare meriti la visita è il Trappistenhuis, nella parte orientale del centro. Non riusciamo a visitarlo però dal momento che se su internet l’orario di apertura sembrava partire dalle 11, il cartello (modificato a mano di recente) sulla porta del locale indicava apertura alle 15. Sarà per un’altra volta.

Passata la notte a Gent, e bevuta un’ulteriore birretta mattutina al Dulle Griet, ci spostiamo in treno a Brugge. Qui il nostro albergo, della catena Etap, è praticamente DENTRO la stazione. Se la camera è poco più grande di una cuccetta ferroviaria, il prezzo è però estremamente conveniente. Da qui ci muoviamo a piedi per il centro, e appena varcato il viale di circonvallazione ci troviamo all’interno di un meraviglioso parco. Restiamo subito affascinati da questa splendida città: se Gent ha un bel centro storico con qualche casa in stile “fiammingo” col tetto a punta, Brugge è nella sua totalità costituita da edifici pittoreschi, e se non fosse per la moltitudine di turisti che la affolla sembrerebbe quasi di trovarsi a fine seicento. Insomma, la città è così bella da sembrare finta, con tutto ciò che questo comporta: come già detto turisti ovunque e milioni di negozietti (soprattutto di cioccolato) per essi (e per noi!!) pensati.

Andando verso il centro a un certo punto il mio naso non mi tradisce: senza averlo minimamente previsto passiamo davanti alla fabbrica del birrificio “De Halve Maan“. Annesso alla produzione vi è un grosso bar-ristorante aperto nel pomeriggio: riusciamo a infilarci per pochi minuti prima della chiusura delle 17, giusto in tempo per berci una Brugse Zot chiara e una scura (molto meglio la prima).
Proseguiamo sempre verso il centro, in direzione del Markt. Davvero sorpresi dalla straordinaria bellezza della città, punto quello che avrebbe dovuto essere una delle tappe imprescindibili del viaggio, ovvero il ristorante Erasmus, noto per una lista di birre non sterminata ma per alcune chicche, su tutte la “3×7″, birra celebrativa prodotta da De Dolle per il 21° compleanno del locale, circa una decina di anni fa. Raggiungiamo il locale e notiamo le scritte serigrafate sui vetri, che invitano a provare le centinaia di birre in lista, non possiamo esserci sbagliati, è questo. Entriamo e restiamo un po’ sorpresi, dato che l’interno è piuttosto posh, a metà tra il moderno e l’orientale, ma sapevo che lo stile dell’arredamento è soggetto a frequenti e poco sensate variazioni e che spesso lascia interdetti.
Ma l’interdizione è nulla di fronte allo sconcerto più totale che ci attende: portataci la lista, nell’ultima pagina noto una “carta delle birre” quantomeno limitante, circoscritta ai più grandi classici belgi (Duvel, Rochefort, Orval e via dicendo) nel numero di massimo due decine. Chiedo un po’ titubante al signore che ci serve la lista delle birre e mi risponde in un modo un po’ seccato che tutto quello che hanno è nella lista già in mio possesso. Alla mia insistenza riferisce che c’è stato un cambio di gestione e che tutte le birre che c’erano non ci sono più, e che alla nuova gestione interessa poco la birra dato che si consuma in fretta (?). Delusione più totale. E tristezza, per l’ennesima “perla” nel panorama brassicolo belga andata perduta.
Per la cronaca, il cibo ok è buono ma abbastanza caro.

Per smaltire questi sentimenti negativi ci spostiamo presso un altro dei locali più noti della città, il Cambrinus. Si tratta di un locale piuttosto grosso e sempre molto affollato, anche di turisti. L’interno è decisamente lontano dal tipico locale belga, e dotato di un lungo bancone. La lista è effettivamente molto ampia, senza chicche particolari ma con birre anche di birrifici non proprio comuni. Il cibo è buono, se si riesce a trovare un tavolo libero!

La nostra destinazione ora è il leggendario Brugs Beertje, l’Orsetto di Brugge, autentica istituzione tra i biercafé del Belgio. Il locale, in una breve via non lontana dal Markt, è piuttosto piccolo e diviso in due salette, ma decisamente affollato ad ogni ora del giorno, da una clientela di tutte le fasce d’età. La selezione è vasta ma abbastanza classica, i prezzi sono nella media, e si può anche mangiare qualcosa. Prendiamo una ottima Cuvée de Ranke (a 9€ la bottiglia da 75) e, alla spina, una sconosciuta “Tripel Kanunnik” che si rivela prodotta da un recentissimo birrificio belga “Wilderen” (Tripel canonica e secca, buonina). Il locale è gestito dalla mitica Daisy Claeys, che però incontriamo solo la sera successiva.

Il venerdì lo passiamo ancora a Brugge: durante la giornata ci spostiamo verso la parte orientale del centro storico, dove si trova uno dei “locali” più particolari che mi sia mai capitato di vedere (e in Belgio con l’originalità non scherzano). Si tratta del Bierboom, piccolo locale che fondamentalmente è un beer shop, con in più due frighi e qualche tavolino per gustare sul momento la birra scelta. Il tutto in un ambiente molto rustico che si confonde apparentemente con la casa dei titolari. Il proprietario, Rudy Vossen, è un simpatico personaggio che ci ha subito preso in amicizia ed è rimasto colpito dal racconto della mia collezione di bottiglie. Inoltre i prezzi delle bottiglie sono decisamente competitivi. La selezione non è molto grande, ma sono riuscito a bere la famosa birra “Mons des Cats” di cui tanto si è parlato, una canonica belgian ale prodotta a Chimay per il monastero trappista dell’omonimo monte francese poco di là dal confine, che ambisce a diventare l’ottavo produttore a fregiarsi del logo esagonale (prima deve però dotarsi di un impianto proprio).

Tra il Burg e il Markt, in uno stretto vicolo che si diparte dalla strada che collega le due piazze, vi è il “De Garre“, locale piccolo ma molto caratteristico. La scelta non è sconfinata ma sui Lambic risulta ben fornita, ci beviamo una kriek e una gueuze di Hanssens. Appena entrati però la signora ci porta “di default” la omonima tripel prodotta per il locale (dall’immancabile Van Steenberge), come al solito discreta.

Non ci siamo stati perchè non aveva ancora aperto, ma segnalo che al numero 15 del Burg si trova ora il negozio (con anche 3 spine per degustazione) del famoso birrificio Struise. Se siete dei modernisti vi potrà interessare…

Gli ultimi due locali meritevoli di Brugge si trovano in una strada che si diparte dal Markt verso nord, esattamente uno di fronte all’altro. Il primo è il Poatersgat (“buco del monaco”), che si trova nel sotterraneo di una chiesa e a cui si accede con una bassa porticina. L’unico stanzone, piuttosto grosso, dispone anche di vari giochi come calcio balilla e freccette. Non mangiamo ma beviamo due “flemish red” scelte dalla discreta lista: la Vichtenaar di Verhaege e la Ichtegems Grand Cru di Strubbe.
Di fronte si trova il Comptoir des Arts, a cui si accede da un’analoga porticina. Questo è più piccolo e forse anche la lista è leggermente meno fornita, ma comunque degna di nota. Per la cronaca, beviamo una Monk’s Stout di Dupont e una Kriek Marriage Parfait di Boon.

La nostra ultima sera a Brugge finisce tra il Cambrinus e il Brugs Bertije, dove saluto la città con una Dulle Teve sempre splendida.

A presto per l’ultima parte del report, stavolta a spasso per le Fiandre!

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Viaggio in Belgio – I parte: Bruxelles

Con questo post inauguro il report, diviso in tre puntate, sul nostro più recente viaggio in Belgio, da lunedì 22 a domenica 28 agosto scorso.
Viaggio differente dagli altri descritti sul mio vecchio sito, in quanto effettuato non in camper ma in aereo. Mete e modalità molto diverse quindi: l’obbiettivo stavolta sono state le città, più che i localini sparsi nelle campagne. Diversa anche la compagnia di viaggio: anzichè il solito gruppo di amici stavolta sono andato con Thais, ormai quasi onnipresente.

Arrivati a Bruxelles attorno a mezzogiorno dopo il volo Ryanair, incontriamo il mio amico Michele che già era a Bruxelles da qualche giorno. La prima destinazione è Cantillon: inutile stare a spiegare cos’è, visto che tutti i lettori già lo sapranno. I cambiamenti dalla mia ultima visita sono l’ormai assenza di Jean-Pierre e Claude, che hanno definitivamente passato il testimone a Jean e alla sorella Julie. La nuova area degustazione è carinissima e le bevute rappresentano un grande inizio al nostro viaggio. Non tutti i prodotti erano presenti però.
Devo confermare una cosa, che già in tanti hanno detto. Non credo che i nostri gusti siano così tanto cambiati: credo invece che con l’avvento di Jean e un deciso allargamento degli orizzonti di esportazione i prodotti si siano decisamente “ammorbiditi”. Restano “birre” straordinarie, ma poco hanno a che vedere con quella prima Rosè de Gambrinus che bevvi cinque anni fa senza riuscire a finire una bottiglia da 37,5 Cl.

Date le modalità di viaggio, per la prima volta riesco a visitare i più noti locali della capitale europea.
Il primo è il nuovo e attivissimo Moeder Lambic di Place Fontainas, dove passiamo il pomeriggio. Posto assurdo, una quarantina di spine ma con in larga parte classiconi nazionali e Lambic, solo meno di un quinto delle spine è dedicato alle birre “Disneyland”. Si tratta di un locale decisamente poco vicino alla tradizione belga: allestimenti moderni e musica elettronica a palla. Anche i prezzi sono poco vicini alla tradizione belga, e molto più prossimi a quelli italiani. Tuttavia, sembra che questa sia l’unica via per avvicinare i giovani belgi a quella che dovrebbe essere la loro bevanda nazionale, e che invece viene troppo spesso vista come qualcosa di “vecchio” (come succede qui a parti rovesciate col vino). Se nei vari localini di campagna, autentiche perle della tradizione, siamo regolarmente i clienti più giovani (e non di poco), qui la frequentazione è composta da molteplici fasce d’età, con un ruolo importante di quella sotto i 25 anni. Merito quindi a tutto lo staff del Moeder per aver intrapreso questa missione purtroppo necessaria per garantire la sopravvivenza di una qualsivoglia scena birraria interna in Belgio.
Discorso analogo per l’altro Moeder Lambic, quello “originale”, in Rue Savoie nel quartiere di St. Gilles (fermata metro Horta, poi 5 minuti a piedi): qui il locale è invece molto piccolo e le spine sono (mi pare) 5, quindi abbiamo virato sulla nutrita lista di bottiglie, che comprende anche chicche non da poco sebbene a prezzi da salasso.
Menzione onorevole per il cibo in entrambi i Moeder: non aspettatevi piatti veri e propri, ma più snacks o simili, tuttavia preparati con prodotti di ottima qualità (ricordo dei buoni formaggi) e con una certa originalità, nonchè con una buona attenzione alla presentazione del piatto.

Altro locale importantissimo di Bruxelles visitato per la prima volta è il celebre Bier Circus.
Ci siamo andati martedì a pranzo ed era deserto. L’interno come ci si poteva aspettare è arredato in stile “circense” ma senza pacchianità. Lista delle birre non sconfinata, ma con qualche rarità (ho bevuto una “Belle Cies” del birrificio “Den Tseut“, mai provato fin ora) e anche una discreta scelta vintage a prezzi onestissimi.
Il cibo è buono e della tradizione belga (quindi anche in porzioni abbondanti). Il proprietario è simpatico e gentile.

Un altro locale, famosissimo anche tra i non appassionati, è il Cafè Delirium, situato in un vicolo del centro a nord della Grand’ Place, in un dedalo di strette vie rese ancora più strette dal miliardo di tavolini dei ristoranti per turisti che le affollano (la fiera del kitch). Devo dire che da come ne avevo sentito parlare mi aspettavo molto peggio: la famigerata lista da 2000 e più birre c’è davvero, e tra queste si trova anche qualche bottiglia difficile da trovare (certo, sono da scovare in mezzo alle schifezze). In ogni caso, tutte le etichette imprescindibili del panorama nazionale (acidi compresi) ci sono. La sala, al piano interrato, inoltre non è troppo grande e non c’è quindi troppa confusione (va bè che ci siamo andati a mezzogiorno).
Al piano di sopra è il “Delirium Hoppy Loft”, depandance che strizza l’occhio alle nuove mode con birre dagli states, dalla scandinavia e da altre nazioni più sulla cresta dell’onda. Ci andiamo attorno all’ora di cena (i nostri fusi erano ormai totalmente sballati) ed è però una mezza delusione, se il locale è ben arredato c’è tuttavia pochissima gente e l’offerta non è poi così ampia come promesso. Io per la cronaca mi prendo una Brutal IPA di Rogue alla spina, Thais e Michele non ricordo.

Un’altra mezza “sola” è il brewpub “Les Brasseurs de la Grand Place“, in un angolo dell’omonima piazza principale.
Volevo provarlo da tempo, visto che comunque si tratta di un produttore di birra belga, sapevo a cosa potevo andare incontro e in effetti è andata come me l’aspettavo: posto molto turistico data la posizione, locale poco belga, tre birre (chiara, ambrata, e rossa) assolutamente inutili (non cattive, ma dimenticabili), servite peraltro in bicchieri serigrafati Tuborg. Ok, sono contento di averci provato, ma se pensate di andarci rinunciando a locali come il Moeder o il Bier Circus vi sbagliate di grosso.

Michele ci porta in altri due locali ancora: La Fleur en Papier Doré e La Porte Noire, a pochi metri l’uno dall’altro. Il primo è un localino bellissimo, dove prendiamo del Kriekenlambic di Girardin dal bagbox. Il secondo è un locale più moderno con una clientela giovane, con una discreta scelta di bottiglie, niente di introvabile.

Ancora una volta non sono riuscito ad andare a mangiare al Restobiéres, in quanto chiuso nei primi giorni della settimana.

Appuntamento al prossimo post dove parlerò di due bellissime città: Gent e Brugge!

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Nuovi locali scoperti quest’estate

Siccome è davvero tanto tempo che non scrivo qui, non essendoci un argomento principale di cui parlare, ma avendo voglia di scrivere di nuovo, dirò un po’ la mia su varie esperienze birrarie di quest’estate.

Iniziamo dai locali, nuove aperture o nuove scoperte che siano.

Un “nuovo” posto che trovo abbia la filosofia giusta è il BQ (il terzo di Milano, nel frattempo ne ha aperto pure un quarto) di Alzaia Naviglio Grande. Locale piccolissimo (a dir tanto 12 posti a sedere interniFoto presa dal profilo Facebook del locale) ma con un più ampio dehors di fronte, in riva al Naviglio. La selezione è di quelle che piacciono a me: una ventina tra spine e pompe di birre esclusivamente italiane, sempre di buon livello ma allo stesso tempo capaci di spaziare oltre a quei soliti 3-4 birrifici più noti. Aperto tutto il giorno, tutti i giorni, il cibo è il solito del formato BQ: panini e tartine semplici ma gustosi e con ingredienti di buon livello. Insomma, il tipo di locale che in Italia manca, e che farebbe la felicità dei beerhunter stranieri in viaggio, che magari preferiscono bere birre italiane (anche non ottime) piuttosto che birre belghe o americane anche se stellari. Emblematico che ad agosto, in una città comunque tutt’altro che deserta (c’è crisi) era l’unico locale birrario all’ombra della Madonnina non chiuso per ferie. Aggiungiamo il fatto che sull’Alzaia vedi passare gente in bici, coi pattini, che fa jogging, e che il Naviglio pur non essendo un canale veneziano è pur sempre uno dei luoghi più ameni di Milano, e la ricetta è fatta. Prendete esempio.

Un altro locale che ho scoperto quest’estate, sempre in zona Milano, è stato il Clock Tower di Treviglio (BG). Poco noto per anni, solo recentemente è stato decantato come merita ma tuttora resta al di fuori del giro: cerco di dare il mio contributo a farcelo rientrare.
Pub in stile anglosassone non enorme ma strutturato in una sala unica, comunque accogliente e con luci soffuse. Già la proposta gastronomica è varia e ben fatta, ottima è anche la scelta delle birre con parecchie specialità d’oltreoceano (prezzi un po’ altini, come ovunque) e addirittura dal Pacifico (Giappone e Nuova Zelanda).
Oltre a tutto questo, da un annetto a questa parte i proprietari del pub hanno affiancato al locale la produzione in proprio di birra, a marchio Birrificio Elav. Se già da tempo il nome veniva usato per una serie di birre che il locale si faceva fare (e continua tuttora) in Germania, le nuove produzioni hanno poco a che spartire con quelle teutoniche, ispirandosi molto di più agli stili angloamericani. Bottiglie da 33 cl, nomi che richiamano gli stili musicali (come “Reggae Stout”, “Grunge Ipa”, ma soprattutto “Black Metal Imperial Stout”), grafica molto rock’n'roll. Qualcuno potrà dire, senza sbagliare, che scimmiottano un po’ Brewdog, ma quel che conta è che le birre sono sempre ben fatte, senza troppi fronzoli ma molto gradevoli. Anche qui, condivido appieno la filosofia: avanti così.

Spostiamoci ora dalla zona Milano alla zona Torino.

Se il locale di Pausa Café a Grugliasco resta sempre una piacevolissima conferma, con le ottime birre che tutti conosciamo e una notevole offerta gastronomica, sabato scorso Thais ed io siamo andati al brewpub del Birrificio Parsifal, a San Raffaele Cimena. Il locale ha aperto addirittura da marzo, ma me ne ero quasi dimenticato, data anche una scarsa comunicatività su internet, con il sito aziendale e il profilo Facebook che danno un po’ poche informazioni o notizie. Peccato, perchè ci siamo trovati davvero bene. Il locale è ricavato in uno spazio attiguo alla produzione, in una zona di industrie dismesse magari esteticamente non invitante ma funzionale, data la collocazione sulla strada e la facile disponibilità di parcheggio. L’interno è ben arredato in stile “pub”, con principalmente tavoli da 6-8 persone. L’offerta gastronomica, pur restando nell’ambito del “pub grub”, è sorprendente: oltre a degli invitanti primi piatti, portate di carne e dei gustosissimi (e abbondanti) crostoni, è anche presente una discreta scelta per chi è vegetariano, abitudine alimentare che nei pub è spesso trascurata.
Buone notizie anche dal fronte birre, quello più importante dato che si tratta di un brewpub: ben sei sono le produzioni presenti alla spina, e si tratta di birre ben fatte (solo qualche difettuccio nella Weiss), con punte anche di discreto livello (molto interessante la Madoc, con malti torbati), e particolare importante di questi tempi, dal prezzo onesto.
Anche questo birrificio gode di fama minore rispetto a quella che meriterebbe: non capita spesso di trovare i suoi prodotti (a dir la verità oltre che qui li ho visti solo all’Hop di Alessandria) che grazie, anche in questo caso, alla bottiglietta (anche) da 33 cl potrebbero facilmente avere una distribuzione più capillare.

Se nella provincia di Torino ormai abbiamo un numero spropositato di brewpub (Beba, Grado Plato, Pausa Cafè, Sora Lamà, Parsifal, Piazza dei Mestieri, Birrificio Torino, i due Befed) il centro continua ad offrire una scelta piuttosto scarsa di birra artigianale. Se escludiamo i due brewpub presenti (La Piazza e Torino), e qualche bar/pub che in maniera piuttosto discontinua tiene bottiglie di birrifici della zona (più spesso Gilac e Beba), la scelta si riduce al Piper Pub di Borgata Vittoria, che dispone di una ampia scelta di bottiglie ma piuttosto “random”, e a un nuovo (oddio, è aperto da un anno) locale di cui volevo parlare, ovvero Orobirra in Corso Regina Margherita.
Si tratta di un buon pub, in stile abbastanza moderno, con una sala interna e un piccolo dehors. La scelta non è ampissima ma funzionale, con le scelte britanniche della scuderia Ales & Co., qualcosa di Baladin e Borgo, e le birre belghe di più comune distribuzione (da non dimenticare Cantillon). Cibo “da pub” di buona fattura, spine un po’ più industrialotte, spesso però in serate particolari si può trovare qualcosa di più interessante (ricordo eventi targati Borgo e Brewdog). Insomma nulla di trascendentale, ma finalmente qualcosa in città che punta apertamente sulla birra di qualità.

Concludiamo restando in Piemonte ma trasferendoci nella provincia di Alessandria e parlando di una vecchia conoscenza: Pasturana!

Chi è stato almeno una volta al festival Artebirra ricorderà la SOMS “Concordia” dove si tenevano i laboratori, situata all’angolo tra la via principale del paese e la strada che porta al campo sportivo sede dell’evento. Come da tempo annunciato, il bar al piano terra è stato preso in gestione da Sandro Merlano, padre della Confraternita della Grande Schiuma, del Birrificio Pasturana e persona geniale incapace di fermarsi, e altri soci, rinominandosi in “Concordia Bros.” e cosa più importante diventando il punto vendita ufficiale del Birrificio Pasturana, situato a poche centinaia di metri. Avrete già capito come mi piaccia l’idea del locale dove a colpo sicuro trovi tutte le birre di un birrificio, specialmente se alla spina, in questo caso però il valore aggiunto è dato dalla sistemazione del bar, sì modernizzato ma lasciando intatta l’atmosfera, la clientela e gli orari da “circolo” di paese. Se andate, troverete, tra la più varia clientela, sicuramente anche paesani giocare a carte, o guardare le partite, sorseggiando (anzi, bevendo di gusto) Birra Pasturana alla spina: come vorrei che fosse in ogni locale! Inoltre, tornando alla sistemazione del bar, molte targhe d’epoca provenienti dalla favolosa collezione di Sandro arricchiscono l’atmosfera. Colpevolmente sono stato al locale solo una volta, in occasione della serata “Crepi l’avarizia” di quest’estate (Birra Pasturana, focacce e farinata ad libitum), ma ho molta voglia di tornarci, magari la domenica pomeriggio per viviere appieno lo spirito del bar di paese, approfittando anche della grande ospitalità di Sandro.

Appuntamento al prossimo post, dove parlerò degli eventi dell’estate appena passata e del nostro viaggio in Belgio e nelle Fiandre Francesi.

Ah, non mancate a Birrart, a Casteggio (PV) dal 13 al 16 Ottobre! Date un’occhiata agli interessanti laboratori curati da MoBI, Unionbirrai e Slow Food Oltrepo Pavese, ricordandovi di prenotare!

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Io c’ero

Dopo quasi tre settimane arriva anche il mio report su quello che è stato definito “l’evento birrario del secolo”, ovvero la crociera birraria “Un mare di birra”, organizzata dal leggendario “Ma che siete venuti a fa” di Roma per celebrare con stile i primi dieci anni di attività.

Visto che già tanto è stato detto e i dettagli dell’evento sono ormai noti anche a chi non c’era, ci tengo più che altro a riportare le mie impressioni personali e le emozioni che ci sono rimaste da questo folle viaggio.

Devo dire che tutto è andato meglio del previsto. Prima della partenza mi ero immaginato scene del tipo gente che vomita nei corridoi della nave, l’allarme di “uomo in mare” che suona ogni cinque minuti, birra finita a metà del viaggio di andata con conseguente ammutinamento: Colonna legato all’albero maestro e la nave dirottata verso il Belgio. Nulla di tutto ciò è successo invece: certo, qualche scena di ubriachezza si è vista, non possiamo negarlo, ma tutti i partecipanti sono ritornati a Civitavecchia e nulla è andato storto.

Anche io partecipavo al viaggio con le peggiori intenzioni, ovvero di bere il più possibile per divertirmi e mettere da parte ogni velleità di degustare con coscienza le innumerevoli birre presenti. Invece, sebbene non sempre perfettamente sobrio, devo dire che non ho nemmeno un buco nei ricordi, sebbene non abbia mai lesinato in fatto di birra. Ero molto più “KO” il venerdì sera a Pasturana (sì, come pochi altri coraggiosi ci siamo sparati la doppietta), evento che data la sfortunata concomitanza quest’anno su internet è passato clamorosamente in secondo piano (per la cronaca, migliori birre la Zest di Extraomnes, Runa di Montegioco, le due di Birranova e le due di Loverbeer).

Forse tutto questo è stato dovuto, secondo me l’unica pecca del viaggio, alla selezione delle birre: ok che c’erano delle figate spaventose (Cuvée St. Gilloise alla spina, così, come se fosse una Ceres… Beerbrugna di Loverbeer da lacrime agli occhi…), ma gran parte delle quasi 100 birre presenti erano di provenienza danese, una sequela interminabile di pigne spesso squilibrate e poco beverine. Lo so che potevo ammazzarmi di Cantillon e di birre italiane (secondo me tra le migliori), cosa che in effetti ho anche fatto, ma la mia attitudine da “beer-hunter” mi ha portato ad assaggiare più birre sconosciute che potevo, col risultato di tenere un ritmo non esagerato, data appunto la difficoltà di alcune bevute.

A Barcellona ci siamo un po’ separati dal gruppo “ufficiale”. La domenica sera, dopo un aperitivo con Pintxos baschi (non potevo resistere) e un’ottima paella grazie alla guida di Gian Marconi, siamo andati alla birreria “2D2D Spuma”. Locale molto piccolo adiacente al beershop, con una vasta scelta di birre artigianali spagnole e un po’ di deviazioni americane e danesi. Qualcuno si è lamentato dell’accoglienza fredda, noi invece ci siamo sentiti a nostro agio, l’unica cosa forse la ampia lista che riportava solo il nome della birra e nessuna indicazione su produttore o stile, lasciandoci un po’ disorientati.

Dalle 4-5 birre che abbiamo bevuto comunque emerge questa considerazione: la scena artigianale spagnola è in fermento; i prodotti assaggiati mediamente non brillano per qualità nè per originalità, a differenza che da noi dove il livello, siamo obiettivi, è alto. Tuttavia una importante considerazione è questa: tutte le birre artigianali iberiche assaggiate erano quantomeno potabili, in bottiglia da 33 cl che agevola un consumo “frugale” al pub e soprattutto a buon mercato. Chi ha orecchie per intendere intenda, gli altri avanti così, con le 75 cl a 16 euro.

Il giorno seguente preferiamo dedicarlo ad una rapida visita della città: Montjuich, Sagrada Familia, Parc Güell e Barrio Gotico sono le nostre mete. Per strada passiamo dal brewpub “La Cervesera Artesana” dove incontriamo i compagni di viaggio del “birrificio” inglese (senza birrificio) Steel City. Locale carino in stile “pub”, birre anch’esse di ispirazione anglosassone, risultati discreti ma nulla più. Tornando verso il porto facciamo una fugace apparizione alla “Cerveteca Artesana” nel pieno centro storico, dove alle 15 buona parte del gruppo si era radunata: facciamo appena in tempo a comprare qualche bottiglia da asporto, senza bere nulla. Il locale sembra comunque molto bello e ben fornito, di certo la punta di diamante della birra artigianale a Barcellona.

Insomma, ci troviamo davanti a una città meravigliosa, incuneata tra mare e montagne, con una frenetica vita diurna e notturna e dove si comincia a bere bene e a buoni prezzi. Un altro passo indietro per le nostre città italiane…

Il viaggio di ritorno ha rappresentato per me il momento più simbolico del viaggio. Sapendo di avere le “ore contate” tutti si sono prodigati per divertirsi il più possibile per il tempo rimanente: abolito quindi il sonno e messe sotto attacco le spine, sia sul ponte che nel salone interno. Per la prima volta da 8 anni a questa parte ho respirato quel clima eccitante ma malinconico della gita scolastica, soprattutto nella sua fase di “smobilitazione”: ormai tutti amici, ci si è trovato a condividere esperienze e momenti con persone magari mai viste prima, con l’amara sensazione che da lì a poche ore si sarebbe tornati tutti alla vita quotidiana.
Questa è stata per me la sensazione più bella del viaggio, che al di là delle birre e del divertimento ha reso davvero epica l’esperienza.

Non so più come concludere se non ringraziando la mia Thais che si è “sacrificata” per farmi da balia, i vari compagni di viaggio, il coretto perpetuo “anche se poi vomito”, Kuaska, i birrai e gli ospiti stranieri, e soprattutto gli organizzatori, sia i ragazzi di Publigiovane che lo staff del Macche, Manuele, Fabio e tutti gli altri senza i quali nulla di tutto ciò sarebbe accaduto.

Daje!

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Too many festivals, not enough beers

Dopo lungo tempo, torno con un nuovo articolo sul mio blog. Gli impegni che mi hanno tenuto lontano dallo scrivere più spesso sono, oltre ovviamente al lavoro, anche i numerosi eventi a tema birrario che, complice l’avvicinarsi della bella stagione, hanno impegnato ogni mio weekend da qualche settimana a questa parte.
E proprio questo vorrebbe essere il tema di questo articolo: la sovrabbondanza di festival più o meno grandi in cui la birra artigianale è protagonista.
Se qualche anno fa questi eventi erano piuttosto rari, limitati a quei 4-5 di rilevanza nazionale (Pasturana, Villaggio della Birra, volendo anche i vari IBF di ADB…), che vedevano la partecipazione di nomi importanti, più qualche piccolo festival in giro di ambito locale ma nel quale poteva essere interessante assaggiare le produzioni di qualche birrificio meno conosciuto, oggi siamo arrivati al punto che ogni fine settimana ci sono, anche limitandosi al nord-ovest, almeno uno o due festival o feste con birre artigianali, dalle dimensioni estremamente variabili: talvolta si tratta di grandi eventi, altre di semplici feste di paese nelle quali sono però presenti 2-3 birrifici, oppure varie birre italiane servite dal beershop o dal pub specializzato di turno.

Tanto per fare un esempio, scrivo questo articolo mentre in treno + bici sto andando al Birrificio Italiano per il Pils Pride, appuntamento che, nonostante ogni anno presenti qualche ombra, resta per me imperdibile. Ieri (sabato 14 maggio), invece, ho avuto l’opportunità (molto divertente ed istruttiva) di dare una mano a Massimo Versaci del Maltus Faber all’evento “Birre vive sotto la torre” a Vigevano (PV), organizzato dal beershop “Il magazzino della birra”. Nel frattempo, ad Alessandria, in occasione di non mi ricordo quale festa, il locale “Hop – mangiare di birra” sta servendo le birre di quattro birrifici della provincia “mandrogna”. Per finire, oggi domenica 15 si sta tenendo un favoloso pranzo a base di formaggi di capra e birre del Birrificio Rurale presso l’agriturismo Boscasso di Ruino (PV), mentre ieri sera, sabato 14, il Birrificio Grado Plato di Chieri (TO) ha festeggiato il suo 8° compleanno offrendo una novità, ovvero un idromele prodotto nell’impianto di Montaldo Torinese.
Lo scorso fine settimana, sono stato chiamato dagli organizzatori di “Birrart” (fiera che si tiene ad ottobre a Casteggio) per parlare, a nome della Condotta Slow Food Oltrepo Pavese, dei benefici della birra sulla salute, nonchè di una fantomatica “torta del bersagliere” alla birra che non ho avuto occasione di assaggiare, il tutto presso il teatro comunale di Cava Manara (PV).

Due settimane fa come sappiamo tutti l’Italia addirittura si è divisa, complice la compresenza dell’”Open Day” al Birrificio Baladin, dove (grazie all’intercessione di Kuaska) birrai provenienti da tutto il mondo hanno parlato delle birre in botte, e dell’”Indipub festival” al Podere Elisa in provincia di Reggio Emilia, dove invece sei locali di alto livello birraio, tutti con impianto di spillatura di proprietà, hanno fatto assaggiare alcuni dei prodotti solitamente presenti nei propri pub. Erano previsti anche degli incontri per discutere dell’annoso tema della poca libertà che i gestori, una volta preso un impianto di spillatura in comodato da un distributore, hanno nella scelta delle birre da servire, cosa che secondo me è il vero motivo per cui la birra artigianale in Italia è diventata una cosa da fighetti con la vena gourmande, ma alla fine si è tutto trasformato in una grande festa, forse la prossima volta è meglio prima parlare e poi bere. Questo parallelismo tra i due eventi, tra i quali ho preferito partecipare al secondo, è stato secondo me simbolico della doppia anima della birra artigianale in Italia, una legata agli appassionati che vogliono sì assaggiare, ma anche bere, e una invece patinata e di alta classe.
Il fine settimana precedente, grazie al cielo, era Pasqua e nessuno ha organizzato niente.

Andando avanti nel tempo invece, il prossimo fine settimana lo Sherwood Pub di Nicorvo organizzi un festival al bellissimo castello di Sartirana (PV) dal nome “Non la solita bionda”, mentre quello successivo alcuni locali di Alessandria, riprendendo la tradizione dell’Italia Beer Festival che quest’anno abbandona la città, organizzano nella Caserma Valfrè un altro festival birrario. Nel frattempo a Genova ci sarà anche Slow Fish, ma questa è un’altra storia.
Per il 4-5 giugno, complice probabilmente il ponte del 2, non ho ancora avuto notizie, mentre l’11 giugno salperà da Civitavecchia la birrocrociera “Un mare di birra”, con destinazione Barcellona, probabilmente l’evento birrario del decennio se non del secolo. Tra l’altro, nello stesso fine settimana si terrà il consueto festival di Pasturana (AL), quest’anno seriamente insidiato dalla crociera.
Nei giorni successivi avremo poi festival a Genova, in Lunigiana, e al The Dome di Nembro (BG). Solo Agosto ci porterà un po’ di “pace”, prima di ricominciare a Settembre col Villaggio della Birra a Buonconvento (SI).

Questi sono soltanto gli appuntamenti che mi ricordo ora, ma una ricerca su internet ci restituirà almeno altrettanti altri festival, più o meno piccoli, dove saremo sicuri di poter bere bene.

E quindi?
Il primo a farne le spese è Kuaska: guru e padre spirituale del movimento italiano, invitato praticamente da ogni organizzatore, ma ancora privo del dono dell’ubiquità, perennemente in giro per l’Italia come una trottola. Ma questa bulimia di eventi, paradossalmente, rischia di rappresentare un problema. Molti birrifici, secondo me a ragione, considerano questi appuntamenti come una buona opportunità di farsi promozione, e partecipano quindi a buona parte di quelli a cui vengono invitati. Tuttavia, i piccoli volumi di produzione (un tempo un impianto da 500 l era grosso, ora è minuscolo) e la struttura delle imprese, che se non sono individuali poco ci manca, rischiano di assorbire tutto il tempo e tutta la birra di alcuni birrifici.

In secondo luogo: mi piacciono molto le fiere, i festival, le sagre e tutti gli eventi di questo tipo; ritengo siano importanti momenti di confronto tra produttori, incontro tra appassionati oltre che possibilità per i birrifici di farsi vedere immergendosi direttamente in quella che è la propria clientela finale, ovvero il consumatore, con la possibilità quindi anche di “tastare il terreno”. Tuttavia: è questo tipo di evento il miglior modo per assaggiare una birra (artigianale, italiana) e farsene un’idea? La risposta, ovviamente, è no. Il servizio e la conservazione dei prodotti spesso non è ottimale per cause di forza maggiore: il produttore arriva con birre che hanno appena subito sballottamenti vari, che vengono raffreddate quasi sempre istantaneamente, servite abbastanza in fretta in bicchieri che troppo spesso sono in plastica. Anche gli appassionati possono fare poco: siamo sinceri, piace a tutti fare 10, 20, 30 assaggi di birre mai bevute prima, ma obbiettivamente dopo qualche birra la bocca si anestetizza e un giudizio sarebbe inattendibile, dopo qualche altra birra inoltre si anestetizza pure il cervello, con risultati (anche da parte mia, talvolta…) misti tra il divertente e il patetico.
Infine, si assiste spesso a scenette poco simpatiche come fusti marci serviti con grande nonchalance, tanto in ogni caso il 90% dei consumatori non è in grado di accorgersene (ma il 10% sì, e fa rumore).

Ma a cosa è dovuta questa sovrabbondanza di festival? Oltre ovviamente al fatto che la birra artigianale “va di moda”, uno dei motivi secondo me è la poca, se non nulla, distribuzione dei prodotti sui canali tradizionali, ovvero locali e birrerie, e quindi la limitatezza della fetta di utenti finali che abitualmente riescono a bere birra artigianale. Gli organizzatori recepiscono questa cosa e organizzano eventi sapendo che la domanda c’è, e che quindi molte persone sfruttereanno l’occasione per assaggiare questi prodotti che sono normalmente al di fuori della loro sfera di consumi.
La soluzione, se c’è, è complessa e dipende da vari fattori: i gestori dei pub che devono avere il coraggio di abbandonare i distributori tradizionali e puntare sui prodotti artigianali; le associazioni di categoria e di consumatori (Unionbirrai e Mobi) che devono diffondere il verbo, soprattutto nei confronti dei “publican”, visto che ormai gli appassionati sono numerosissimi, i birrifici, che devono avere il coraggio di rinunciare a qualche festival dalla “cassetta facile” e impegnarsi per portare i propri prodotti su canali tradizionali (le birrerie, appunto), in grado di raggiungere, con pure un servizio migliore, un maggore numero di clienti.

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