Verticale di Orval

Era un po’ che l’avevamo in mente e che “raccoglievamo materiale”, e finalmente è arrivato il momento: con alcuni amici abbiamo allestito una verticale di Orval. 12 cotte diverse, comprese tra il 2005 e il 2012, assaggiate in ordine di età a partire dalla più giovane per cercare di stabilire come il tempo agisca sulla più inusuale delle trappiste e quali eventuali cambi di ricetta siano stati fatti nel corso degli anni. Si tratta di Orval “nuove”, posteriori cioè al 2004 quando molto probabilmente la ricetta (e anche l’etichetta) ha subito alcuni aggiustamenti.
Alcune bottiglie consecutive erano distanziate anche di più di un anno, altre di pochi giorni: abbiamo quindi potuto riscontrare anche la variabilità da una cotta all’altra dal momento che le condizioni di invecchiamento erano le stesse per tutte le bottiglie.
Vediamo cosa abbiamo riscontrato andando per ordine. La data si riferisce alla data della cotta, stampigliata sull’etichetta. Si tenga conto che l’assaggio è stato effettuato a ottobre 2012.

Schigi non uccidermi, non avevo sufficienti bicchieri "Orval"...

29/2/12 L’Orval bisesta è una birra decente ma “insulsa”, con ben poco di quel carattere tipico del suo nome. Alla cieca probabilmente avremmo fatto fatica a riconoscerla…
5/5/11 Versata di fianco alla precedente, si rivela sensibilmente più scura. In bocca emergono delle note quasi vinose e di leggera ossidazione (la bottiglia aveva tenuto, la birra faceva schiuma)
24/3/11 Molto simile alla 29/2/12, con le varie componenti un po’ più amalgamate grazie all’invecchiamento maggiore.
16/2/10 Oh, eccoci: una tipica Orval col “gout d’Orval”, piuttosto amara e con la tipica nota brettata (dovuta all’utilizzo di lieviti selvaggi Brettanomycies Bruxellensis, un po’ acidula e pungente). Solamente, anche questa, un po’ più scura rispetto a quel caratteristico colore quasi arancione.
3/2/09 Abbastanza simile alla precedente, ma più ammorbidita. Sembra quindi che l’età critica per l’Orval sia di due anni e mezzo e che poi inizi la parabola discendente.
31/1/08 Completamente andata: violento gushing dalla bottiglia, ciò che rimane è una fanghiglia brettata. Ne abbiamo aperta un’altra che era stata conservata in un’altra cantina ma il risultato è stato identico.
15/11/07 Dalle stalle alle stelle: questa si rivela una “ottima Orval d’altri tempi”, dal carattere tipico e dal vigore per nulla ammorbidito dai quasi cinque anni passati in bottiglia.
13/11/07 Appena due giorni in più della precedente: il carattere è il medesimo, ma è visibilmente più scura e in bocca presenta una nota vinosa. Sembra quindi che ci siano decisi scostamenti tra una cotta e l’altra anche a distanza di pochi giorni e indipendentemente dalle condizioni di invecchiamento.
30/1/07 Anche questa è una Orval “vecchia maniera”, ma decisamente meno pungente delle due precedenti. La nota brettata è in evidenza ma nel complesso la birra è più armonizzata.
27/4/06 Idem come sopra: una “classica Orval” ma molto più ammorbidita. Si percepisce chiaramente che si tratta di una birra di una certa età, si sentono note sapide, quasi salate.
15/2/06 Sorprendentemente questa birra è caratterizzata da un fortissimo amaro mentre altre componenti sono andate col tempo scemando. Strano, dato che l’amaro da luppolo è una delle caratteristiche più volatili e che si perdono rapidamente col tempo.
26/1/06 La più anziana delle Orval a nostra disposizione è una birra che dimostra tutta la sua età: la nota dolce e mielata, praticamente assente in una Orval nuova, è ben in evidenza. Ciononostante si tratta di una birra che ha ben tenuto gli anni: sicuramente oltre il vertice della parabola ma comunque ancora in discreto stato.
Cosa è emerso da questa verticale?
Sicuramente che l’Orval è una birra che tiene l’età piuttosto bene, nonostante le sue caratteristiche, tanto per iniziare il grado alcolico abbastanza basso, non facciano certo pensare a una birra da invecchiamento.
Inizialmente sembrava che il culmine della parabola, ovvero il periodo di invecchiamento nel quale la birra continua a migliorare, e dopo il quale invece inizia a spegnersi, fosse attorno ai due anni e mezzo. La bottiglia del 15/11/07 invece ci ha dimostrato che anche dopo 5 anni questa birra si possa dimostrare in ottima forma, mentre quelle più vecchie hanno tutte manifestato segni di cedimento. Possiamo quindi pensare come, attorno al 2008, effettivamente qualcosa nella ricetta sia stato cambiato: le Orval successive a quella data raggiungono il loro picco dopo 2 anni e mezzo, quelle precedenti dopo cinque. Nessuna di quelle “nuove” tuttavia ha dimostrato il carattere della migliore di quelle “vecchie”, segno che molte caratteristiche spigolose sono sicuramente state “limate” col presunto cambio di ricetta.
Indipendentemente da tutto ciò, abbiamo riscontrato talvolta delle notevoli differenze tra una birra e l’altra anche a distanza di pochi giorni, a partire da caratteristiche palesi come il colore. L’Orval è quindi meno standardizzata di quanto si possa pensare che sia un prodotto come questo famoso in tutto il mondo.
Qualcuno di voi ha provato a fare verticali di Orval, o a degustare questa birra con qualche anno di invecchiamento?

PS: a proposito di Orval, è notizia di poche settimane che il suo storico birraio, Jean-Marie Rock (laico), andrà in pensione il prossimo ottobre e aprirà un proprio birrificio nei dintorni di Bouillon. Questo è il link con l’intervista in francese.
Dalle poche notizie che ha dato, pare voglia riprendere in mano un’antica tradizione Belga, staremo a vedere. Parlando a Rimini con Carl Kins, ho appreso che la produzione verrà presa in mano da Anne-François Pypaert (notizia poi riportata da vari siti internet), che già da vent’anni lavorava al birrificio nel controllo qualità. Carl mi ha riferito che negli ultimi anni alcune cotte sono state effettuate sotto il diretto controllo di Anne, e che questo può quindi spiegare la così marcata differenza tra cotte anche consecutive che abbiamo riscontrato.
Anche qui, staremo a vedere, tenendo le dita incrociate.
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La più bella città birraria?

Prendo spunto per questo articolo da un mio sogno ricorrente: sono in una città bellissima, decisamente europea con un centro storico perfettamente conservato e inframezzato da numerosi canali, città che spesso è anche affacciata sul mare, soleggiata e ricca di vita, e che, ovviamente, è una “città birraria” importante ed è costellata di locali tipici che servono numerose chicche (ovviamente aperti non solo la sera, ma questo è un altro discorso). Trattandosi di un sogno naturalmente questa città non esiste.

Ma la domanda che mi viene in mente è: qual è, secondo voi, la più bella “città birraria” del mondo? Per “bella” intendo non solo dal punto di vista della birra, ma anche da quello turistico.
Ecco alcuni esempi che conosco.

Roma
Ammettiamolo: Roma ormai è una città che come offerta birraria è ai primi i posti in Europa. E non c’è bisogno di dirlo, è una delle città più visitate e più belle del mondo, che racchiude nei suoi confini una quantità di storia senza pari. Però non riesco personalmente a ritenerla la prima di questa lista: chi mi conosce sa che apprezzo le città del nord Europa, specialmente dal punto di vista della vivibilità e della sostenibilità. E Roma non ha niente di tutto questo: troppo disordinata, troppo sporca, troppo trafficata. Per i miei gusti, naturalmente, non me ne vogliate.

Londra
Siamo di fronte alla più grande città d’Europa, la città delle possibilità e dove ti senti veramente libero. L’offerta birraria è ampissima, la “reinassance” londinese è sotto gli occhi di tutti e i locali dove bere bene sono sempre di più e ben distribuiti. Oltre a ciò, il “traditional pub”, sebbene un po’ tentennante, è una religione che tuttora domina la cultura britannica. Gli unici difetti che riesco a trovare a Londra è forse quello di essere davvero troppo grande, e quindi di mancare un po’ di quel senso di identità unitaria che una città deve avere, e di essere così vivace e dinamica da mancare di un vero e proprio centro storico pedonale e coi vicoli, ma, come sempre, è questione di gusti.

Amsterdam
Amsterdam è una città che mi è piaciuta molto, con un bel centro, periferie ordinate, ricca di storia, giovane, vivibile e ricca di opportunità. Come offerta birraria non è proprio al top, ma certo una buona scelta di locali si trova (penso al Wildeman, all’Arendsnest, e via dicendo). Forse è un po’ troppo turistica: al centosettantesimo ragazzotto italiano con la cuffia con scritto “AMSTERDAM” inizieranno a girarvi un po’ le palle (se non avete anche voi la suddetta cuffia).

Copenaghen
Ecco, forse questa è la città che mi è piaciuta di più in Europa: una degna capitale ma non troppo grande, qualità della vita altissima, molto vivibile, pulita, verde, si affaccia sul mare, il porto-canale Nyhavn è stupendo, eccetera. L’offerta birraria è ampia, ha la sua serie di famosi localini (Ølbaren, Lord Nelson, Plan B(ma ha chiuso?), il nuovo Mikkeller bar), ma la scelta birraria è davvero troppo monocorde e orientata solo alle cosiddette “danesate”, pigne assurde da 700 IBU. A Roma si beve meglio.

Stoccolma
Altra città stupenda, tra il mare, il canale e gli isolotti, con un centro storico (Gamla Stan) ben conservato. Più grande e più confusionaria di Copenaghen, anche più sporca. La scelta birraria non è amplissima ma variegata: Akkurat e Oliver Twist si affacciano sia al continente che agli States, altri locali (penso al Glenfiddich Warehouse) offrono una bella panoramica sulle micro nazionali. Quello che le manca forse è una sua “identità birraria” precisa.

Colonia e Düsseldorf
Le città di Kölsch e Alt mi piacciono molto: Colonia ha un bel centro allo stesso tempo antico e moderno, dominato dall’imponente Dom. Düsseldorf, nonostante sia nota come “la scrivania della Ruhr” trattandosi prettamente di città di uffici, ha un centro piccolo ma carinissimo che si affaccia sul Reno. Kölsch e Alt poi sono due stili che VANNO bevuti qui, soffrendo molto a mia vista il trasporto ed essendo irriconoscibili in bottiglia.

Riga e Vilnius
Visitate da meno di un anno (e raccontate anche su questo blog): Riga è davvero molto bella, ma l’offerta birraria è quella che è: potrete trovare le produzioni di quasi tutti i birrifici nazionali, ma le birre sono monocordi e piuttosto livellate. Vilnius è più interessante: più piccola, meno turistica, è comunque una città molto carina e ordinata che è andata ben oltre le mie aspettative: solo qui poi potrete esplorare a fondo l’universo delle Kaimiškas, le stranissime birre artigianali lituane. Non basta, però.

Bamberga
Esteticamente forse è una delle città più belle che abbia mai visto: non per niente il suo centro storico è inserito tra i patrimoni dell’umanità dell’Unesco. Birrariamente è ben conosciuta: più che capitale delle Rauchbier (alla fine in città la producono solo in due, Heller-Trum (cioè la Schlenkerla) e Spezial) si trova al centro di una regione con la più alta densità di birra/Kmq al mondo, la Franconia, con Lager di livello assoluto che faranno ricredere gli ultras dell’alta fermentazione. Nel complesso però un po’ monotona: la città è piccina, ben diversa da una capitale, e dopo un po’ vi verrà voglia di una IPA.

Queste sono le mie esperienze: non sono mai stato negli USA, nè fuori dall’Europa. Più ci penso e più mi rendo conto che la città del mio sogno non esiste… E la vostra? Qual è la vostra “città birraria” preferita, e come sarebbe quella ideale?

PS: da domani 20 febbraio sarò impegnato per il secondo anno consecutivo al concorso “Birra dell’Anno” organizzato da Unionbirrai a Rimini, nell’ambito della fiera che ogni anno cambia nome e quest’anno si chiama RHEX. Sarà un onore, pregate per me :-)

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DOP, IGP, DOC… occhio all’etichetta

Articolo istantaneo, che mi sovviene dopo aver letto alcune notizie recenti.
La prima, segnalata su Gazzetta Gastronomica, che arriva fresca fresca dall’appena concluso Salone del Gusto di Torino.
Sintetizzo: Claudio Pistocchi, famosissimo pasticcere fiorentino che utilizza per produrre l’omonima famosissima torta cioccolato e dragées le Nocciole Piemonte IGP, domenica è stato avvicinato da due rappresentanti del Consorzio di tutela della stessa Nocciola che l’hanno “avvertito” di non usare il marchio “Nocciola Piemonte IGP” sull’etichetta frontale dei prodotti o sulla cartellonistica. Le leggi vigenti (D.Lgs. 297/2004, Art. 1, comma 1, lettera c) prevedono che il marchio possa solo essere utilizzato dagli aderenti al Consorzio (iscrizione: 50 Euro annui + iva). Chi non è iscritto deve ovviamente citare il prodotto tra gli ingredienti, ma non può metterlo in evidenza con presunti fini promozionali (pena una contravvenzione).
Potete immaginare come il cioccolataio fiorentino non l’abbia presa molto bene, anche per le modalità non proprio simpatiche con le quali la cosa gli è stata comunicata. Per ulteriori dettagli, e per sapere la sua reazione, vi consiglio di leggere l’articolo.
Cosa c’entra questo con la birra? Beh, la normativa si applica a tutti i prodotti con una denominazione regolamentata e prodotti secondo un certo disciplinare, quindi DOP (Denominazione di Origine Protetta), IGP (Indicazione Geografica Protetta), che sono marchi di tutela europei, ma anche per i nostrani DOC, DOCG, IGT che si applicano al vino e dal 2009 sono stati “inglobati” negli europei DOP e IGP.
Dato il fiorire di birre, molte di eccellente livello e prodotte da birrifici di primo piano, che tra gli ingredienti presentano uva in varie forme, o che hanno comunque forti legami col mondo del vino, appare chiaro come analogamente alle Nocciole Piemonte IGP nella Torta nel cioccolato di Pistocchi, non sia consentito indicare nell’etichetta frontale, o nel materiale promozionale, il nome del prodotto sottoposto a marchio di tutela (salvo iscrizione al consorzio). Alcuni birrifici già hanno dovuto provvedere, indicando in etichetta “uva a bacca rossa” o perifrasi simili e togliendo il nome incriminato. Chi non l’ha ancora fatto è meglio che si informi prima di incorrere in sanzioni pesanti!

Il secondo articolo è stato segnalato dal buon Lorenzo “Bossartiglio” Cristofaro sul forum MoBI: il luppolo Spalt Spalter è infatti stato iscritto nel registro delle DOP europee. Facendo una ricerca con la chiave “birra” sullo stesso sito, potremo trovare delle sorprese: oltre al Lambic, che come sappiamo è “Specialità Tradizionale Garantita”, e ai luppoli Tettnanger e Hallertau, è possibile notare come anche stili come Dortmunder e Kölsch siano IGP. Se il primo di questi due stili è piuttosto desueto, il secondo è decisamente più diffuso: i birrai nostrani che ne producono “interpretazioni” dovrebbero controllare un attimo cosa hanno scritto sulle proprie etichette e sui materiali promozionali.

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Ma in Belgio la birra la sanno fare?

Ritorno a scrivere sul blog dopo mesi di silenzio. L’intenzione è di scrivere articoli più brevi e di preferire le impressioni del momento a report lunghi e dettagliati.

Titolo estremamente provocatorio ma che di recente è passato per la testa di più d’uno di noi.
È un pensiero che ho in mente fin dall’ultimo viaggio birrario in Belgio di fine aprile (prima o poi farò un report) e che si è decisamente fissato dopo l’ultimo Villaggio della Birra di Buonconvento.

Per quanto riguarda il viaggio, quest’anno il “bottino” è stato ingente: noleggiato un camper decisamente più capiente del solito, l’abbiamo riempito senza pietà al “dranken” Bierhandel Willems di Grobbendonk (Anversa): un negozio immorale, una specie di paradiso sia per chi vuole fare una bella scorta dei prodotti belgi più noti a prezzi da belgio (si gira con i carrelli portapacchi e si riempiono intere casse da 24: noi ce ne siamo portati via 5-6 a testa…), sia per il beer-hunter alla ricerca delle novità e delle birre più rare. Sono infatti disponibili centinaia, forse più di un migliaio, di etichette diverse con tantissime birre di produttori finora letti solo sugli elenchi e mai trovati (esempio: Boullion, Druide, Den Tseut), nonchè moltissime produzioni di birrifici di recente apertura. Questi ultimi non sono affatto pochi: dopo anni di stagnazione, il numero di produttori belgi sta infatti aumentando, sulla scia del successo globale della birra artigianale e grazie soprattutto all’esportazione: tra questi cito la Brasserie d’Ebly, Wilderen, Eutropius (che ha rilevato sede e impianto del vecchio Alvinne a Heule), o Dijkwaert.
Ma… arrivati a casa l’ingente bottino si è rilevato una mezza delusione. Gran parte delle birre, sia quelle di produttori semisconosciuti, sia quelle di birrifici più navigati, ha presentato problemi rilevanti: innumerevoli fontane (gushing), birre brettate, fermentazioni “ad minchiam” o comunque prodotti poco puliti. E’ andata meglio con quelle dei produttori più recenti, forse un po’ più attenti.

Al Villaggio della Birra, festa ogni anno sempre più bella, come ho già detto su Twitter e come hanno scritto anche altri il confronto Italia-Belgio è stato a senso unico. Se escludiamo una Stille Nacht 2011 al pre-villaggio del venerdì sera che faceva gridare al miracolo, parecchie birre belghe hanno deluso. XX Bitter che non era lei (ultimamente i suoi problemi non si contano più…), Boelens poco in forma, Bink irriconoscibile. Di fronte, invece, i 6 italiani (Bruton, Brewfist, Buskers, Olmaia, Ducato, Amiata) hanno decisamente soddisfatto: tutte le birre molto pulite, al limite qualcuna con dei piccoli peccati di gioventù, anche gli esperimenti più particolari come la Polska (in onore della compagna polacca di Gennaro), prodotta da Amiata in stile “Grtäzer”, 100% malto di frumento con una lieve affumicatura, hanno fatto centro. Va dato atto che anche tra le Belghe c’erano molte birre ottime, quelle di Glazen Toren (Jef Van De Steen aveva la stessa canottiera dell’anno scorso…), la Saison di Cazeau, la splendida Gueuze Tilquin.

Insomma… la birra in Italia la sappiamo fare. Non tutti, ok, ma i produttori di alto livello per me sono oltre la cinquantina. Quello che ci frega come al solito è altro: la comunicazione, i prezzi.
E in Belgio invece cosa succede? Si sono forse seduti un po’ sugli allori? Sappiamo com’è talvolta il carattere dei birrai, che spesso un po’ per disattenzione, un po’ per sufficienza trascurano molti dettagli (il business in primis…) Forse si sono stancati, visto che fanno birra da secoli. Ma occhio, perchè il passo per finire nel dimenticatoio è breve.

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“Selezione Birra” 2012: il mio bilancio

Dopo essermi dilungato sull’esperienza al concorso “Birra dell’Anno”, due parole ora sulla fiera vera e propria, “Selezione Birra” anche se il più evocativo nome di “Pianeta Birra” fatica a uscire dal nostro vocabolario.

Come al solito, la cosa più bella di “Rimini” è incontrare persone che per motivi geografici si riescono a vedere solo un paio di volte l’anno, nonchè il senso di appartenenza a un gruppo che condivide la stessa passione.

Ma l’altra cosa bella è l’opportunità di assaggiare (non dimentichiamolo: a sbafo) prodotti di birrifici che, sempre per motivi geografici, o perchè attivi da pochissimo tempo, risultano altrimenti impossibili da approfondire.
Insomma, ogni anno “Selezione Birra” rappresenta una buona istantanea di quella che è la scena birraria nazionale (con qualche “intromissione” svizzera) da tutti i punti di vista, sia da quello del prodotto sia da quello commerciale, dal momento che essendo una fiera pensata per gli operatori buona parte dei visitatori sono gestori di ristoranti e locali (li riconoscete, sono quelli che si sbronzano per primi), che dimostrano sempre un grande interesse nei prodotti dei microbirrifici nostrani (perlomeno fino al momento di vedere il listino…)

Com’è nel 2012 questa fotografia? Secondo me, un po’ mossa.

Cose positive: l’area destinata ai microbirrifici è stata più ampia che negli ultimi anni, con un numero di espositori in discreto aumento. Tanti nomi nuovi, e questo è un bene.
Nello stesso padiglione inoltre erano presenti numerosi produttori/rivenditori di impianti e strumentazioni che mi sono sembrati di livello più alto rispetto agli altri anni (c’erano linee di imbottigliamento molto appariscenti) segno che il mercato cresce e che molti birrifici stanno uscendo dalla fase “poco più che hobbistica” facendo anche investimenti importanti che sono l’unica via per espandere il business.

Cose negative: il numero di birrifici aumenterà (anche se meno rapidamente rispetto all’anno scorso) ma il livello medio mi sembra sempre costante, anzi forse addirittura in discesa (come se la qualità complessiva sia ora da dividere da più attori). Tanti birrifici nuovi (non tutti), sempre secondo me, partono in maniera un po’ ingenua, con idee un po’ distorte del mercato e del prodotto. Delle novità provate, ben poche mi hanno convinto a fondo, inoltre la situazione è molto diversa rispetto a cinque anni fa, quando si poteva fare il grande salto senza pensarci troppo su. Da questo punto di vista Brewfist ad esempio secondo me deve essere un faro. Sì, servono investimenti importanti, ma è il mercato, non un gioco…

Un’altra cosa che mi fa un po’ storcere il naso è l’assenza di alcuni produttori “storici” o comunque di alta qualità. Ognuno decide ciò che vuole del proprio business, ma mi chiedo cosa possa spingere a non partecipare a quella che, con tutti i suoi limiti, è la principale fiera nazionale del settore. Mancanza di tempo, o saturazione della produzione e quindi non necessità di cercare nuovi clienti/canali? Secondo me la crescita deve essere perseguita con costanza e senza limiti, soprattutto in questi tempi di difficoltà. E se anche fosse, nei loro panni parteciperei solo per il “sentirmi parte del gruppo”. Va detto che comunque le personalità di molti di questi birrifici erano presenti come visitatori, e quindi quest’ultima accusa un po’ cade.

Cosa ho bevuto di buono:
l’ormai “solito” Foglie d’Erba, che dobbiamo abituarci a non vedere più come una novità. Mi riferiscono che qualche birra non era troppo a posto, ma (fortunatamente?) non l’ho assaggiata. Degna di nota la Freewheelin’ IPA, medaglia di bronzo al concorso (e, di fatto, migliore IPA italiana del 2012).
Ho “riscoperto” anche se fugacemente Almond 22, un produttore che fa ottime birre ma non viene mai celebrato come dovrebbe.
Allo stand del birrificio B&C era presente Lelio Bottero con le due birre “Niimbus” prodotte per il locale della figlia. Realizzate con mosto di uva moscato, risultano piuttosto caratterizzate dallo stesso, coprendo un po’ il resto.
Quelli di Brewfist, come già detto, sono ormai un punto di riferimento con una gamma consolidata (anche se la Fear non era proprio al top). In più hanno portato una nuova Imperial Porter chiamata X-Ray, molto ben fatta.
Un birrificio invece per me completamente nuovo dal quale ho trovato buone birre è il Piccolo Birrificio Clandestino di Livorno, con una discreta punta nella “Santa Giulia”.

Ma la novità migliore, e che più mi ha fatto piacere scoprire, è stata quella del Birrificio del Forte, degli amici e “vecchie conoscenze” della scena birraria Carlo “Zurgo” Franceschini e Francesco “Frà dal Forte” Mancini. Due birre in stile inglese (bitter e una strepitosa porter, la “Due Cilindri”) e due in stile belga (una blonde molto beverina e una tripel/belgian strong ale) tutte assolutamente ben fatte tenendo conto che sono partiti da pochissimi mesi. A ciò abbinano un’immagine giovane e vincente, un serio progetto imprenditoriale e una grandissima competenza che deriva appunto da anni e anni di passione. Insomma, quello che i nuovi birrifici devono fare e il contrario dell’atteggiamento un po’ approssimativo che criticavo sopra. Bravi.

Fronte Toccalmatto: anche se aborro abbastanza la mania delle one-shot, la “B Space Invader” che non avevo mai assaggiato mi è piaciuta, molto morbida, sarà anche stata la spillatura a pompa.
Mi ha convinto meno la “Due di picche”, la “Black IPA” di Menaresta, un po’ troppo tostata per i miei gusti, ma assolutamente encomiabile la solidità della loro gamma e la Birra Madre che ho avuto finalmente l’occasione di assaggiare per la prima volta, un perfetto Lambic piatto della Brianza. Non a caso ha vinto il primo premio nella categoria Birre Acide, giudicata dal tavolo che comprendeva un certo Yves Paneels che di acidi mi dicono se ne intenda…

Le altre novità, francamente, mi hanno come già detto lasciato un po’ deluso: niente di cattivo, per carità, ma tante piccole cose da sistemare. Rimandati a settembre (o al prossimo evento birrario)!

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La mia esperienza a “Birra dell’Anno 2012″

Passata ormai una settimana, dico la mia sulla duplice esperienza di Rimini, il concorso Birra dell’Anno da un lato e la fiera vera e propria, Selezione Birra, dall’altro.

Parto dall’articolo che mi preme di più, quello sulla mia esperienza da giudice.

Inizio subito con un grazie, che va a Unionbirrai e alle persone che ci sono dietro, prima di tutto per avermi dato l’opportunità senza eguali di far parte della giuria del più importante concorso birrario in Italia, e poi per l’organizzazione dell’evento davvero ben riuscita.

Com’è stato fare il giudice? Come ha già detto Andrea Turco, molto, molto impegnativo. É stato infatti necessario mantenere una concentrazione elevatissima per molte ore consecutive e per due giorni. Avevo paura che le principali difficoltà sarebbero state “fisiche”, ovvero dovute sia all’inevitabile effetto dell’alcool sia alla rapida diminuzione di capacità gustative e olfattive per le moltissime birre da giudicare. E invece no, la vera sfida è stata mentale, nel cercare di sezionare e capire in pochi centilitri tutte le birre, dalla prima alla cinquantesima. Non è detto che ciò riesca sempre bene, ma il fatto di giudicare in panel aiuta senza dubbio a smussare gli errori e i bias dovuti a eventuali gusti personali.

É stata senza dubbio un’esperienza formidabile dalla quale spero di aver imparato molto. Per fortuna, sebbene nelle “scremature” il giudizio fosse individuale, e solo le “finali” erano discusse tra tutto il panel, c’era sempre un confronto tra i giudici, cosa che ha rappresentato senza dubbio il momento più formativo.

Non è stata solo una mia impressione: il livello generale delle birre non era molto elevato. Se quelle da “riga sul foglio”, ovvero con difetti evidenti, erano poche, un buon numero manifestava caratteristiche non ottimali dovute proprio alla ricetta stessa o ai metodi di produzione. Va anche riconosciuto che le modalità di servizio (seppur ineccepibili, eh!) e di assaggio portavano la birra a non essere sempre nelle sue migliori condizioni (bicchiere per forza di cose non adeguato per lo stile, temperatura di servizio che inevitabilmente cresce durante l’assaggio…)
Infine, una caratteristica di una birra che per me, sarò un beone, è molto importante è la bevibilità (unità di misura: i secchi), cosa assolutamente ingiudicabile in un concorso dove l’assaggio, giustamente, è di pochi centilitri. Birre rese famose dalla loro bevibilità ma con forse una lieve puzzettina sono magari finite dietro a birre senza difetti ma più spente e che annoiano più in fretta. Va anche considerato che le birre erano in bottiglia, e come sappiamo bene molte etichette importanti danno il meglio di sè alla spina. Ma su queste due cose, ahimè, non ci si può fare nulla.

I risultati sono stati già ormai commentati da tutti e quindi evito. Fa strano però sapere di birrifici straordinari che non solo non abbiano raccolto medaglie, ma nemmeno siano finiti tra i primi cinque in nessuna categoria. Purtroppo il concorso non è ancora una macchina perfetta: lo stato di una birra può dipendere da mille varianti (temperatura di servizio e bicchiere sono uguali per tutte, e possono penalizzare di più una e avvantaggiare un’altra) e nonostante tutto una piccola, piccola influenza del fattore “C” può sempre esserci.

Osservando, a posteriori, la lista dei partecipanti, è facile osservare come parecchi nomi grossi non fossero in concorso. Alcuni per motivi vari e non per presa di posizione, ma molti invece volutamente se non polemicamente.
I motivi? Schigi si incazzerà, ma non si può omettere la (legittima) paura di ottenere magri risultati, sulla quale c’è poco da commentare. Più da dire ci sarebbe su quanto ho scritto nel paragrafo sopra, ossia che l’esito può dipendere da varianti non solamente dovute alla birra, cosa della quale molti produttori si sono forse resi conto e hanno scelto di non partecipare.

Il problema principale, secondo me, risiede nelle categorie. Le suddivisioni esistenti infatti da un certo lato rischiano di essere troppo restrittive (durante le degustazioni parecchie birre, seppure ottime, sono state penalizzate per non essere dentro alle linee guida fornite da Unionbirrai) e dall’altro mettono insieme birre che hanno ben poco a che fare (ricordo che è compito del birraio scegliere la categoria alla quale iscrivere la birra).
La soluzione non è dietro l’angolo e non ho sicuramente l’esperienza per proporla. Un’idea, tanto per spararne una, potrebbe essere fare come al Mondial de la Bière, dove non ci sono categorie e il giudice riceve la birra senza indicazione di stile: è suo compito definirlo e giudicare la birra di conseguenza. Certo che ciò sarebbe una completa rivoluzione rispetto a come è impostato il concorso adesso.

Sarebbe bello se i “nomi grossi” che non han partecipato volessero dir la loro, perchè penso che avrebbero solo da guadagnarci ad ottenere i risultati che meritano (perchè li meritano), mentre negandosi, con una certa vena polemica, a mio avviso non ottengono molto, perlomeno non in simpatia, anche se essere “cattivi” per molti è più cool. Ne chiamo direttamente in causa alcuni, visto che sono molto attivi su internet: di nuovo Schigi per Extraomnes, Tyrser per il Bi-Du, ma anche Valter Loverier per LoverBeer, Nicola Perra di Barley, Bruno Carilli di Toccalmatto.
Naturalmente anche Unionbirrai dovrebbe porsi il problema, perchè ne va dell’autorevolezza del concorso a non vedere premiate quelle che effettivamente sono le migliori birre sul mercato.

Resta comunque molto positivo il mio giudizio sul concorso, dal momento che l’organizzazione di Unionbirrai (sia delle degustazioni in sè, sia delle attività collaterali come l’ospitalità dei giudici) è stata veramente notevole, e anche i risultati, tutto sommato, sono assolutamente credibili. Per citare Kuaska e le corse per cavalli, sono ben pochi i “brocchi” che hanno vinto, e questo all’organizzazione non può che far piacere.

Concludo con gli aspetti più personali: l’esperienza per me è stata assolutamente galattica. Degustare e giudicare birre di fianco a Jos Brouwer e di fronte a Carl Kins è come per un prete recitare messa insieme al Papa a San Pietro, più o meno. Oltre a ciò, l’evento è stata una grande occasione per incontrare tante ottime persone, molte già conosciute (penso ad Anna e Leo, Luca Celoria, il Camaschella, Giorgio Marconi, Rosalba e Max Faraggi… ma soprattutto il buon Turco che ha avuto la pazienza di sopportarmi come compagno di camera per tre notti – una delle quali tra l’altro l’ho lasciato chiuso fuori…), altre che non conoscevo ma che ho avuto la fortuna di incontrare, molte delle quali famosissime a livello internazionale ma assolutamente umili e amichevoli.

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Birre nel Baltico: Riga

Continuiamo il report del nostro viaggio di Dicembre con la seconda (e ultima) città visitata: Riga, capitale della Lettonia.

Raggiungiamo la città da Vilnius in bus, l’unico mezzo concretamente utilizzabile. Ho prenotato il viaggio con la compagnia “Toks“, la durata è di quattro ore ma l’automezzo è abbastanza confortevole con sedili larghi e le strade non sono sicuramente peggiori di quelle italiane. Vi consiglio disinteressatamente il nostro albergo, davvero un rapporto qualità/prezzo ottimo.

Riga delle tre capitali baltiche è la più grande e la più economicamente sviluppata. E’ anche la più turistica: a differenza di Vilnius dove siamo sempre stati gli unici stranieri ovunque andassimo qui capita di vedere con una certa frequenza il tipico gruppetto casinaro di ragazzetti italiani (in viaggio non certo per la birra…), anche se non con la drammatica frequenza di Amsterdam. Il centro storico di Riga è comunque piccolo e si gira molto tranquillamente a piedi. La città vecchia è molto bella, oltre agli edifici più famosi come il Duomo, la casa della confraternita delle teste nere, i palazzi delle gilde, presenta anche molti scorci pittoreschi e affascinanti.

Essendo a Riga con l’occasione di far visita a un amico temporaneamente trasferitosi per motivi di studio, la nostra visita non è stata incentrata sulla birra come quella di Vilnius. In ogni caso non avrebbe potuto esserlo, dato che l’offerta birraria della Lettonia, pur discreta, è molto meno interessante di quella della Lituania. Ciononostante, a differenza che per Vilnius, avevamo in questo caso a nostra disposizione, oltre al report del già citato Cronache di Birra che ci ha detto dove andare a bere, una formidabile guida sui birrifici lettoni, che ci ha detto cosa bere. La guida, completamente gratuita, scritta in inglese e realizzata in modo davvero professionale, è ospitata su un sito/blog che, per quanto scritto nell’incomprensibile lingua lettone, dimostra che in ogni caso anche in Lettonia ci sia una piccola schiera di appassionati birrofili. Segnalo anche quest’altro sito, purtroppo anch’esso totalmente incomprensibile. Ok, parla di birra.

I birrifici della Lettonia sono circa una ventina, insomma un buon numero ma sempre meno di quelli lituani. Praticamente tutti producono birre a bassa fermentazione, col solito dualismo chiara/scura (Gaišais/Tumšais); qualcuno, specialmente quelli più piccoli, commercializza anche versioni delle proprie birre non filtrate. Gran parte del mercato è occupato dai tre maggiori marchi, Aldaris (proprietà del gruppo Carlsberg), Līvu e Cēsu, i quali nella “classifica” stilata dalla guida (ottenuta mediante un sondaggio tra gli appassionati) occupano gli ultimi tre posti. Meritatamente, per quello che ho assaggiato: si tratta di blande lager industriali, anche se Aldaris produce la “Porteris” l’unica Baltic Porter (quindi a bassa) del paese, che non ho trovato purtroppo, visto che pare sia più che buona. Tutti gli altri produttori si spartiscono le briciole, qualcuno è più grosso, qualcuno più piccolo, ma la dimensione media è comunque ragguardevole, molto superiore a quella dei colleghi italiani.

C’è da dire che, a parte una eccezione che vedremo di seguito, a Riga non esistono pub dedicati completamente alla birra locale come a Vilnius. Praticamente in ogni bar è presente almeno una birra nazionale: nei caffè più banali Aldaris o Livu (Cesu è meno diffuso), nei locali magari un po’ più attenti si possono trovare birre di 1-2 produttori minori. Si può quindi andare un po’ alla cieca, anche se è stato divertente cercare di assaggiare almeno una birra per ogni produttore, missione praticamente riuscita.

Il livello medio delle birre lettoni è tra il mediocre e il discreto. Esclusi i tre produttori industriali già citati, tra gli altri ci sono differenze qualitative molto sottili, ma è stato comunque possibile fare una specie di graduatoria, che rispecchia abbastanza quella della già citata guida. I migliori prodotti che abbiamo bevuto arrivano sicuramente dai birrifici Užavas e Tervetes, altri nomi da seguire sono Valmiermuiža, Abula/Brengulu, Bauskas.

Il primo locale di quelli segnalati dove andiamo si chiama Alus Arsenals, e si trova nella piazza del castello (Pils Laukums), con ingresso dalla via retrostante. Il locale piuttosto grosso ma situato in una cantina e di bell’aspetto, presenta due birre fatte per il locale (Ratebeer dice dal produttore Brūveris), una chiara e una scura non filtrate piuttosto somiglianti a birre di frumento anche come profilo aromatico. Abbiamo bevuto anche una Užavas Tumšais e una Tervetes chiara ma in condizioni ingiudicabili: senza schiuma, sgasata e con odori di solvente e zafferano (!?!). Come riportato già da Andrea Turco, anche noi è infatti capitato di trovare non infrequentemente birre in condizioni meno che ottimali, molto probabilmente per mancanze dei locali visto che, come nel caso di questa Tervetes, un successivo assaggio in un pub differente ha sempre dato risultati molto diversi e soddisfacenti. Tornando all’Alus Arsenals, il cibo è buono ma ci è arrivato dopo un’attesa lunghissima (un’ora o poco più) nonostante il locale fosse tutt’altro che pieno. Boh…

Un altro locale, segnalato già dal Turco, è Alus Ordenis, vicino al monumento della libertà. Anche questo locale si trova nella cantina di un edificio, diciamo che si tratta più di un ristorante dato che c’è un menu abbastanza strutturato, noi ci andiamo per ora di aperitivo, trovandolo completamente deserto, e ci restiamo fino a quasi l’ora di chiusura senza che entri nessun altro. Devo dire che mi aspettavo una scelta più variegata, dato che le uniche birre che beviamo sono di Bauskas e Tervetes, tuttavia buone e stavolta servite in ottimo stato. Al piano di sopra c’è un cocktail bar, difficile comunque confondersi.

Un altro ristorante/birreria, segnalato stavolta su Ratebeer, si chiama Citi Laiki e si trova poco fuori dal centro sull’ampio Viale della Libertà (Brivibas Bulvaris). Il locale è carino, il cibo è ok, di birra non c’è una grande scelta dato che l’unica presente è la Bauskas (c’era in menu anche la Piebalgas ma non era disponibile). Penso che il posto sia finito su Ratebeer un po’ per caso, dall’esperienza fatta penso che in ogni ristorante della città sia possibile trovare come già detto almeno una birra di un produttore “minore” come in questo locale. Come all’Alus Ordenis ci siamo sentiti un po’ in imbarazzo o perlomeno ci è spiaciuto per la cameriera e i gestori, dato che eravamo praticamente gli unici clienti. E’ stata davvero una costante di questa città: ristoranti deserti, bar deserti, mercatini di Natale (molto numerosi) nelle piazze deserti, strade del centro semideserte, popolate al limite di (pochi) turisti. Insomma, ci è sembrata una città un po’ poco vivace: il nostro amico che era lì da qualche mese ci ha confermato che è così, e che tutto il paese e Riga in particolare ha subito negli ultimi anni un netto spopolamento, sopratutto emigratorio nelle fasce più giovani, che per la capitale è stato addirittura di quasi un terzo.

Sempre nei paraggi c’è il locale “Brālis”, presumo di proprietà dell’omonimo birrificio del quale serve le birre. Il locale è abbastanza particolare: ai muri ci sono decine di maglie e sciarpe di squadre di calcio e di hockey (vero sport nazionale lettone, mentre in Lituania è il basket) e i divani sono ricoperti da motivi leopardati. La posizione non centrale (almeno 20 minuti di cammino) tiene lontani i turisti. Qua beviamo la buona Gaišais, la sua versione non filtrata (che sembrava quasi una birra di frumento) e la Tumšais però in condizioni pietose (acida, brettata) che ritengo anche in questo caso imputabili all’impianto di spillatura.

Un altro locale che serve birre del proprio birrificio, questa volta in pieno centro, si chiama Alus Seta, di proprietà della catena Lido (nome anche del produttore). Il locale principale della catena è nella periferia della città e pare sia un grosso ristorante per famiglie costruito in legno a forma di mulino. Anche l’Alus Seta, sebbene l’interno soprattutto nella sala più raccolta sia carino e non pacchiano, è un ristorante self-service abbastanza turistico, dal cibo piuttosto unto. Se la prima sera entrambe le birre locali non sono disponibili (poco male: ripieghiamo su una ottima Užavas Gaišais e assaggiamo una industriale Aldaris Zelta), la seconda sera assaggiamo le discrete produzioni Lido, una chiara, una chiara al miele (poco evidente, solo un pelo più forte e complessa) e una scura. Dalla già citata guida, pare che il proprietario della catena sia un vulcanico imprenditore dal curriculum piuttosto discutibile, lanciatosi in progetti faraonici (tipo costruire un canale per collegare il Baltico al Mar Nero), sceso in campo in politica appoggiando un partito ultraconservatore e populista, e ora fallito e forse anche arrestato. Interessante.

Spero non abbiate già smesso di leggere perchè mi sono voluto tenere per ultimo quella che è l’eccezione di cui parlavo all’inizio, l’unico locale della città che punta apertamente sulla birra e che, ovviamente, svetta su tutti i già citati. Si chiama “S. Brevinga Alus Salons” e si trova in centro, nella porta di fianco all’Alus Seta (è talmente vicino che gli “ruba” la rete Wi-Fi. Nota di merito per la Lettonia: il Wi-Fi gratis è ovunque). Il locale è abbastanza piccolo, in stile un po’ kitch ma riuscito, con un lungo bancone dotato di 20 o più spine, la maggior parte delle quali belghe/inglesi di buon livello, ma 5-6 locali e di produttori non troppo diffusi. Qui ci beviamo birre di Tervetes, Madonas, Abula/Brenguļu (stranissima, un dolcione ma mi è piaciuta), Rezeknis/Bruveris, Piebalgas, tutte servite nel giusto bicchiere e in condizioni ottimali. Il cibo è “pub grub” ma ben fatto e con anche una presentazione nel piatto curata; il locale è vivibile, non l’abbiamo mai trovato pieno ma comunque c’era della gente e anche dei giovani, vista la situazione degli altri esercizi visitati è già qualcosa. Ma la principale cosa che mi ha fatto un gran piacere scoprire è stato il fatto che oltre alle birre (ci sono anche un po’ di bottiglie belghe e inglesi) il locale vanta una selezione di Single Malt di tutto rispetto: quasi tutta la gamma degli imbottigliamenti Connoisseur’s Choice, compresi quelli di distillerie chiuse (Convalmore e Littlemill su tutti), e molti altri single malt, sia distillery edition che di imbottigliatori, anche qui comprese distillerie chiuse (Imperial, Inverleven, Dallas Dhu, Caperdonich e altri) e nomi che non è certo facile trovare. Il tutto a prezzi onesti, i meno cari (malti base di distillerie attive) sui 3,50 Lat (5 Euro), i più cari sugli 8 (12 Euro, ben spesi). Insomma, che siate appassionati di birra, di whisky o di entrambi è d’obbligo fare un salto a questo “S. Brevinga Alus Salons”. Inoltre la stessa proprietà gestisce in città anche un beer shop col medesimo nome dove però non siamo stati.

Comprare bottiglie di birre lettoni non è difficile tuttavia: in qualunque supermercato si trovano, oltre all’onnipresente Aldaris, birre di almeno altri 2-3 produttori. Noi siamo andati a un “Maxima” all’interno del gigantesco mercato coperto (da visitare, davvero una bella esperienza) ed erano disponibili birre di Bauskas, Užavas e Tervetes (i migliori in circolazione insomma), inoltre in un baretto all’aeroporto ho preso in extremis una bottiglia di Valmiermuiža Gaišais.

Per concludere: Riga è una città che offre di più di Vilnius al visitatore comune, ma che forse non merita un viaggio birrario dedicato (cosa che invece per la Lituania potrebbe essere eccome). Resta comunque una bella città nella quale è piuttosto facile trovare birra buona e locale, il tutto a prezzi affrontabili (leggermente più bassi dei nostri). Se vi capiterà di andarci spero che questo report possa esservi d’aiuto!

http://www.cronachedibirra.it/viaggi/4762/la-mia-estate-riga/
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Birre nel Baltico: Vilnius

Il nostro più recente viaggio è stato in due città poco battute dai Beer Hunters: Vilnius e Riga, capitali di Lituania e Lettonia.

Partenza sabato 3 dicembre con volo Wizzair da Bergamo diretto a Vilnius, non prima di aver fatto il “check-in” al festival “Le Bire de Nadal” al The Dome di Nembro (BG), un festival con una line-up di birre invernali da strapparsi i capelli. Il volo dura giusto il tempo di smaltire la sbornia, e arriviamo a Vilnius in perfetta forma andando subito in hotel a dormire dato che complice il fuso orario era l’una di notte passata.

Vilnius è una città abbastanza piccola ma che interpreta bene il suo ruolo di capitale. Si rivela ben oltre le mie aspettative: al di là del clima che, sebbene un po’ ventoso, non è poi molto più freddo che dalle nostre parti, mi colpisce soprattutto l’ordine e la pulizia della città, capitale della meno nota tra le tre repubbliche baltiche ma forse quella in cui la qualità di vita è superiore. Il centro storico è molto carino, con numerosi edifici di culto (sorprende la religiosità della popolazione: quasi tutti, passando davanti a una chiesa, si fermano per fare il segno della croce se non addirittura recitare qualche preghiera. Il problema è che c’è una chiesa ogni dieci metri), in stile che va dal Barocco-Rococò andante a un imponente Neoclassico, con anche qualche divagazione gotica. Il giro per il centro termina nella piazza della cattedrale e nella soprastante collinetta sulla quale svetta la ottagonale torre di Gediminas, ciò che resta dell’antico castello e dedicata al primo Granduca di Lituania che portò, agli inizi del 14° secolo, il paese a estendersi dal Baltico fino al Mar Nero.

Basta, parliamo di birra.

Al di sopra di ogni sospetto, la Lituania conta un gran numero di birrifici considerate le sue dimensioni, ma la cosa più interessante è la tipologia di birra prodotta. Dimenticatevi le Lager standard industriali che imperano pressochè ovunque, a parte in quei paesi ben noti come Belgio, Germania, Regno Unito, Repubblica Ceca. In Lituania vive, e gode anche di buon salute, la tradizione delle “Kaimiškas”, birre artigianali “di campagna”, un concetto esprimibile anche se parzialmente con la locuzione inglese “Farmhouse Ales”.

Già descritte da Andrea Turco su Cronache di Birra, le uniche altre notizie in un linguaggio comprensibile si trovano sul blog del Norvegese Lars Marius Garshol. E poi basta. Insomma, è una definizione fortunata quella di “il segreto birrario d’Europa meglio conservato”.

Ma come sono queste Kaimiškas? Non si tratta di uno stile vero e proprio, piuttosto è un termine ombrello che raggruppa birre prodotte artigianalmente, con lieviti propri, luppoli autocoltivati e malti nazionali, non filtrate o poco filtrate e dall’aspetto molto torbido, e generalmente caratterizzate da un profilo molto rustico, che non sempre porta a risultati che brillano per equilibrio, ma comunque si distinguono per personalità. Generalmente, il lievito fa sentire parecchio il suo apporto con sentori fruttati e un po’ fenolici che possono ricordare, insieme alla torbidità, birre di frumento tedesche.

Purtroppo, le pochissime informazioni recuperabili sulla rete hanno un po’ complicato il beer-hunting: è stato già tanto avere una lista di ottimi locali dove trovare Kaimiškas ed essere riusciti ad integrarla con altre info recuperate qua e là, ma non avendo riscontri sulle varie birre (lasciamo perdere Ratebeer, che va bene solo come database) siamo sempre andati alla cieca. Passiamo ai locali quindi.

Il primo è il “13 statinių” al numero 6 di Pilies Gatve, a pochi metri dalla piazza della cattedrale. Ha birre del birrificio Vilniaus Alus, e su alcune fonti viene indicato direttamente con quest’ultimo nome quindi non capisco se sia addirittura della stessa proprietà. Si trova all’interno di un cortile in un piccolo edificio accogliente con tanto di caminetto. Ci sono circa 4-5 spine, noi beviamo due birre, entrambe chiare (Šviesusis, mentre scura è Tamsusis) ma che ora non sapre identificare. Il primo impatto cone le Kaimiškas è particolare, dato che le birre di questo produttore non mi sono sembrate tra le più “rustiche”, ma comunque sono risultate interessanti quanto basta, con un mix di sapori tutti in evidenza, dal malto al luppolo passando per il fruttato e una punta di acido.

Una scelta molto più ampia e variegata, soprattutto alla spina, la si trova invece da Alaus Namai, locale abbastanza grosso nel seminterrato di un edificio su un vialone che costeggia il fiume Neris, a una decina di minuti a piedi dal centro. Una quindicina di birre lituane alla spina, con una lista plastificata che fortunatamente comprende una breve descrizione, anche in inglese, per ognuna di esse. Ce ne beviamo in tutto cinque (Jovaru, Ramuno Cizo, Paliuniskio, Sirvenos, Gintarines), è passato un po’ di tempo e non è che già allora avessi appuntato delle note di degustazione precise, ma differenze palesi a parte, come il colore chiaro o scuro, tutte risultano accomunate da quel carattere “imprevedibile” descritto sopra.

Un altro ottimo locale, dove purtroppo giungiamo a fine serata completamente “cotti”, è il Bamb Alynė, in centro. Il locale è già esteticamente molto bello, in una cantina di mattoni e arredato con casse di legno qua e là e tavoli e sedie d’epoca che fanno atmosfera. Ma è l’impressionante muro di frigoriferi (almeno 6), colmi di birre di piccoli birrifici lituani, che lo rende davvero una tappa imprescindibile. A differenza dell’Alaus Namai, sono disponibili solo bottiglie (il nome stesso del locale dovrebbe far riferimento a questa cosa, almeno così ho capito), non sapendo assolutamente da che parte cominciare chiedo consiglio alla giovane donna che sembra gestire da sola il locale e ci porta una bottiglia di “Dundulio Grynas” prodotta dal birrificio “Sirvenos” già assaggiato alla spina all’Alaus Namai (non capisco se si tratta della stessa birra, sembrava diversa). Gran parte delle bottiglie disponibili, come la nostra raffigurata nella foto, sono di plastica e di volumi importanti (1 litro o anche 2), cosa già vista fare altrove in Europa orientale. Purtroppo eravamo stanchi ed era sopraggiunto l’orario di chiusura del locale, quindi questa è stata la nostra unica bevuta, ma non ci sono dubbi che per tutti i Beer-hunters di passaggio in Lituania questo deve essere un locale da non perdere.

Solo il giorno dopo, perchè chiusi la domenica, riusciamo ad andare ai due Šnekutis. Sono forse i due bar più noti di Vilnius per trovare birre locali, e condividono nome, proprietario (un personaggio decisamente singolare!!!), menu e line-up di birre, ma non potrebbero tra loro essere più diversi. Il primo dei due si trova abbastanza in centro, tra la sinagoga e la “porta dell’Aurora”: circa 8 spine di birrifici lituani e qualche bottiglia, ambiente abbastanza moderno e illuminato, una sala all’ingresso e una più dietro. Entriamo e siamo gli unici clienti, il proprietario ci guarda con molto sospetto e resta sulle sue, anche perchè non parla una parola di non-lituano. Prendo una “Ponoro Tamsusis” che però non si rivela tra le migliori bevute del viaggio, e acquisto una bottiglia da portare a casa, la “Kupiškėnų Šventinis” che è quella raffigurata in bottiglia nella foto più in altro, che invece una volta bevuta si rivela discretamente buona. Ma è l’altro Šnekutis, quello nel quartiere Bohemien di Užupis (che invece troviamo, complice l’ora di pranzo e il brutto tempo, desolatamente vuoto), al quale si riferiscono entrambe le foto, ad essere molto più caratteristico, trattandosi di una baita di legno situata lungo la strada. L’interno è pieno di suppellettili di ogni genere tra cui un acquario con relativa tartaruga. Le spine sono le stesse dell’altro locale e anche il menu del cibo, che comprende alcune cose tipicamente lituane come zuppe, pancake (pankukas) e delle specie di grossi gnocchi (cepelinai) ripieni di carne di maiale e altro. Qui troviamo una signora abbastanza gentile a gestire il locale, che si addice molto di più alla personalità del proprietario rispetto al moderno pub del centro. Da bere prendiamo una “Jovaru Šnekutis“, suppongo fatta per il locale, e la “Butautu Dvaro Šviesus“, entrambe discrete e abbastanza “normali”, per la media delle birre lituane. Qui bevo anche un “Gira”, ovvero come chiamano qui lo Kvass. Di colore scuro, molto frizzante e con una schiuma evanescente, di grado alcolico praticamente nullo (sotto lo 0,5%), è risultato decisamente dolcino, ma con dei vari sentori di cereale, dovuti comunque alla sua origine. Una bevanda curiosa, ma preferisco continuare con la birra.

Il centro di Vilnius conta anche due brewpub (un altro è in periferia in un centro commerciale). Il primo che visitiamo è il Prie Katedros, nel grosso viale Gedimino Prospektas che si diparte dalla piazza della cattedrale. Tre birre prodotte, una chiara, una scura e una al miele, tutte “normali” e senza le strambezze delle Kaimiškas, di livello sufficiente. Il locale è bello, in una cantina di mattoni ma dall’allestimento moderno, votato anche ai turisti data la posizione centrale e di passaggio. Il secondo è Busi Trecias (nella foto), sempre in centro ma in posizione più defilata. Due birre prodotte, una chiara e una scura, entrambe a bassa fermentazione, due lager abbastanza banali; potabile la chiara, al limite della potabilità la scura. Il locale è più piccolo e dalle luci soffuse, frequentato più da giovani del posto. Insomma, ci sono voluto andare per completezza, ma i due brewpub meritano la visita giusto se prima avete visitato tutti i locali descritti in precedenza e non ne potete più di Kaimiškas!

In definitiva, birristicamente parlando, e non solo, Vilnius è stata una graditissima sorpresa. Meriterebbe più di un giorno, diciamo almeno tre, per potersi fare una idea concreta delle Kaimiškas e di quali sono i produttori effettivamente migliori. Chissà che non ci torni, il collegamento offerto da Wizzair è comodo e generalmente economico, e anche il costo della birra è decisamente vantaggioso (4-5 Litas a boccale, circa 1,3-1,5 euro)!

Prossimamente il report birrario dell’altra tappa di questo viaggio, ovvero Riga!

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Viaggio in Belgio – III parte: Fiandre

L’ultima parte della vacanza è molto più simile ai viaggi passati: noleggiamo infatti un’auto a Brugge e partiamo per le Fiandre.
La prima tappa è quasi obbligata: Westvleteren, con il café In de Vrede. Partire la giornata con la tripletta Blond-8-12 non ha prezzo… beh in realtà sì, visto che mi pare che il costo (per il consumo sul luogo, ovviamente) sia aumentato (4,70 € per la 12). Non proviamo neanche a chiedere per l’asporto: l’unica soluzione disponibile è una confezione regalo con due bicchieri + una bottiglia di 12 a più di 20 euro. Sì, ciao.

Ripartiamo e superiamo il confine con la Francia per un’altra tappa già conosciuta ma assoluatamente imperdibile: l’Estaminet “‘t Kasteelhof” a Cassel, nelle fiandre francesi. Per chi ancora non lo conoscesse, si tratta di un’autentica perla della tradizione, con ottima cucina locale, una buonissima selezione di birre della zona e anche una vista panoramica, visto che si trova sulla sommità del monte di Cassel (uno dei tre, insieme al Mont Noir e il già nominato Mont des Cats che caratterizzano la altrimenti piatta zona e danno il nome alla famosa birra 3 Monts). Riusciamo miracolosamente a trovare posto nell’ultimo tavolo rimasto e finalmente bevo la Kassels Bier, una forte Biére de Garde prodotta per il locale dalla Brasserie St. Sylvestre (la stessa della 3 Monts appena menzionata). Non manchiamo prima di ripartire di acquistare alcune rare birre locali allo spaccio annesso: il Nord della Francia meriterebbe senza dubbio un viaggio birrario dedicato.

Ampiamente soddisfatti torniamo in Belgio per una tappa un po’ fuori zona ma per me imperdibile: il locale “Casino” del birrificio “Cnudde” a Eine, sobborgo di Oudenaarde nelle Fiandre Orientali.
Questo piccolissimo birrificio rappresenta ormai l’unico produttore di una vera “Oud Bruin”, stile che troppo spesso viene confuso con la “Flemish red” e in realtà piuttosto differente, principalmente per l’assenza di invecchiamenti in legno e un’acidità più sul lattico piuttosto che sull’acetico.
Quella che sembra una tranquilla birretta pomeridiana si trasforma presto in un’esperienza memorabile: veniamo presto presi in simpatia da tutti gli avventori del locale (per lo più anziani, a parte un gruppetto di giovani, gli unici a parlare inglese) e dal vecchio dietro al bancone, che inizia a portarci birre a nastro nonostante il nostro tentativo di farlo smettere (da citare anche la scena dove gli suona il telefono mentre mi spilla una birra e mi fa cenno di continuare io). I giovani ci fanno da interprete, il vecchio praticamente ci dice che il locale non è il suo, e siccome mancano i proprietari le birre sono tutte “offerte” da loro. Dopo un’ora abbondante e cinque (o sei… non ricordo) birre, il gruppo di giovani ci accompagna in una visita dell’impianto di produzione, una bellissima esperienza. L’impianto presenta alcune analogie con quello già visto di Cantillon (il quale in confronto sembra moderno!) come la vasca di rame bassa e larga per il raffreddamento, ci vengono spiegati alcuni aspetti della produzione (ad esempio il colore bruno viene ottenuto solo tramite l’utilizzo di zucchero caramellato) e ci viene fatto assaggiare un esperimento, acido, forte e con ciliegie, direttamente dai “maturatori” (ovvero dei bidoncini di plastica). Purtroppo sembra che i tre fratelli proprietari e birrai non siano molto più determinati a continuare l’attività e i loro eredi non lo siano nel prenderla in gestione, un rischio che va assolutamente evitato. I giovani ci spiegano come si sentano affezionati a Cnudde, come la sentano “loro”, di Eine, e non di Oudenaarde, e come questo gli faccia sembrare strano il fatto che fossimo venuti apposta dall’Italia per bere la birra che loro bevono sotto casa.
Al nostro rientro nel locale questo si è popolato di gente che probabilmente, diffusasi nel paese la notizia di due italiani al “Casino”, non hanno voluto perdersi l’attrazione. Tra questi, una coppia che ci regala due lattine e una maglietta della Jupiler (apprezziamo il gesto…) Sono arrivate le otto e riusciamo finalmente a “scappare” ringraziando tutti per l’esperienza (e la birra..!) offertaci.

Sembra strano voler scappare da un posto simile, ma non avevo alcuna intenzione di mancare la nostra meta successiva. Trattasi della Ferme Brasserie Beck a Bailleul, di nuovo in Francia. Si tratta di un Estaminet/agriturismo colpevolmente troppo spesso trascurato, portato (in Italia) alla giusta fama solo da Monica e Davide Bertinotti. Facciamo una fatica tremenda a raggiungerlo: prima nei pressi di Lille le indicazioni per Dunkerque improvvisamente scompaiono portandoci a sbagliare strada; una volta a Bailleul invece i segnali per il locale sono inesistenti e il dedalo di stradine di campagna che lo precede, complici il buio e una toponomastica discutibile, praticamente irrisolvibile. Dopo molta frustrazione riusciamo ad arrivare: sono quasi le 22!
Ma perchè questo locale merita fama? Devo dire che me lo aspettavo molto diverso. L’Estaminet vero è proprio è una piccola costruzione in legno su due piani, con al piano terra la produzione e lo spaccio e sul soppalco la sala ristorante. Il cibo è il solito della tradizione locale, gustoso ed abbondante. Ma è la “Hommelpap”, l’unica birra prodotta tutto l’anno e l’unica allora disponibile, che merita sicuramente il viaggio. Si tratta di una biére de garde da 7 gradi assolutamente insolita, dal colore tendente all’arancione e un importantissimo apporto dato dal luppolo locale (siamo a pochi chilometri da Poperinge) che dona dei sentori di speziato (tendenti ovviamente all’erba cipollina data la provenienza) e quasi salato. Una grandissima scoperta e una delle migliori birre della zona. Peccato che la versione in bottiglia, una volta assaggiata a casa, sia solo un lontano ricordo di quella bevuta in loco…

Passata la notte in un B&B nell’Heuvelland (se si ha la macchina base tattica per visitare la zona) ripartiamo in direzione di Bruxelles, al cui aeroporto avremmo riconsegnato il mezzo. E’ domenica mattina, questo vuol dire una cosa sola: In De Verzekering Tegen de Grote Dorst!

Capitiamo in un orario forse un po’ sfortunato: a messa ancora in corso quando arriviamo in auto, cosa che ci costringe a parcheggiare abbastanza lontano. Tempo di arrivare al locale però la messa è finita, la gente va in pace, e il localino si riempie di gruppi di amorevoli vecchietti che bevono Jupiler a nastro. Aspettiamo a lungo in piedi, è difficile farsi servire anche al bancone dato che la folla è veramente numerosa e Yves e Kurt sono assenti, lasciando tutto il lavoro da svolgere ai genitori Maurice e Lydia (più un altro signore mai visto prima). Dopo un po’ riusciamo finalmente a sederci e a ordinare: purtroppo come già riportato da amici i prezzi dei Vintage sono cresciuti a dismisura nel giro di pochi anni: se qualche viaggio fa avevamo preso senza porci problemi una Gueuze del 1984 di Eylenbosch, ora bisogna sborsare una somma a tre cifre. Resta abbordabile il leggendario Faro del 1987, sempre di Eylenbosch, che apre così la nostra giornata: in qualche anno mi sembra fin cambiato, ormai veramente secco e moooolto marsalato… Chissà come sarà quello che da un po’ riposa nella mia cantina! La bottiglia seguente è un Lambic di De Cam del 1999, questo invece sorprendentemente fresco nonostante l’età. A fianco a noi una divertente coppietta americana (o canadese, non ricordo) con lui che, Lambicland alla mano, cerca di evangelizzare la fidanzata che invece sta bevendo succo di frutta.

Sono le 13 e il locale sta per chiudere, fino alla prossima domenica: data l’ora, tra le varie opzioni possibili per pranzo viriamo quindi sul classico (e vicino) De Heeren Van Liedekerke. Il locale è abbastanza affollato e l’atmosfera è sempre la medesima. Purtroppo però la lista vintage tende ad ogni nostra visita ad assottigliarsi come selezione e a gonfiarsi come prezzi, tantoché viro sulla lista classica e ordino due birre poco vintage, la Sodalitas e la Heerenbier (perlomeno, una delle tre diverse), entrambe fatte per il locale, la prima da Den Herberg di Buizingen (prima la faceva Kerkom, ultimamente un po’ preso col cambio impianto) e la seconda da Boelens. Il livello del cibo è sempre il medesimo, buono e conveniente. Io prendo uno “Stoemp” fatto coi fiocchi e un dolce che non ricordo ma come sapete la qualità dei dolci, preparati dal titolare Joost De Four in persona, è sempre alta. Insomma, il De Heeren resta sempre uno dei migliori locali/ristoranti in fatto di birra in Belgio, ma va fatto qualcosa per riportare la lista vintage ai fasti di un tempo sennò rischia di perdersi. Menomale che qualche anno fa siamo riusciti a bere le Cuvée Joost&Jessie (gueuze assemblate da Armand Debelder per il matrimonio della coppia) e ad accaparrarci una bottiglia di Crianza Helena (fatta da Cantillon per la nascita della loro figlia).

Il viaggio è terminato: lasciamo la macchina all’aeroporto di Bruxelles e ripartiamo per l’Italia. A presto Belgio, il prossimo viaggio sarà sicuramente in camper, per tappare un po’ di “buchi” ancora rimasti!

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Viaggio in Belgio – II parte: Gent e Brugge

Riprendiamo il report del nostro viaggio estivo in Belgio.

Mercoledì 24 agosto ci trasferiamo da Bruxelles a Gent in treno. Il nostro albergo è vicinissimo alla stazione, ma la città è piuttosto grande e quindi per andare in centro siamo costretti a prendere il tram, nessun problema comunque, corse frequenti, possibilità di fare il biglietto alla fermata, ecc.

Il primo posto “birroso” che andiamo a visitare è il birrificio “Gruut“, che si trova ai margini del centro storico. Definirlo brewpub sarebbe eccessivo, diciamo che è un birrificio con “tap room”: in pratica in mezzo ai fermentatori e a varie attrezzature produttive sono stati incastrati dei tavolini, oltre al bancone con le spine. Roba che in Italia l’Asl avrebbe da ridire…
Le birre prodotte sono cinque, tutte in stili tradizionali belgi ma realizzate insolitamente senza l’uso di luppolo, ma utilizzando allo scopo di amaricare/aromatizzare una miscela di erbe e spezie, il famigerato Gruyt/Gruut, da cui prende il nome il birrificio. Il posto è sicuramente insolito e carino (date un’occhiata ai pissoir), le birre sono tutte tendenti al dolcino senza grossi difetti, gradevoli senza far gridare al miracolo.

Il centro di Gent è molto bello, tra chiese gotiche e canali, e culmina nel “Kraanlei”, un lungofiume con una infilata di case seicentesche dai tetti a punta (immagine da cartolina e copertina dell’ultima edizione della Good Beer Guide), e nel castello Gravensteen. A brevissima distanza dai due, proprio sul canale, c’è il Waterhuis aan de Bierkant, bel locale che offre la scelta migliore di tutta la città in fatto di birra. A fianco ad esso c’è il ristorante Leontine, stessa gestione e con le stesse birre, che però è chiuso per ferie. Ripieghiamo su un luridissimo (è un complimento) Frituur dall’altra parte del ponte di legno, per tornare al Waterhuis dove, complice forse l’insolita bella giornata (eccezione nei sei giorni di freddo e pioggia continua che abbiamo trovato) c’è moltissima gente. Oltre alle numerose birre in bottiglia, il locale commissiona alcune birre agli immancabili De Proef e Van Steenberge. Queste sono la Gandavum, strong ale con dry hopping (questa fatta da De Proef), la Klokke Roeland (deve il suo nome a una grossa campana simbolo della città), dark strong ale decisamente più impegnativa (11 gradi) e la Mammelokker, ale ambrata che a differenza delle altre due, discrete, ho trovato troppo squilibrata tra stucchevole e sbruciacchiato. Dicono sia una birra “per le donne”… Mah.

Un altro bel locale a Gent è il Dulle Griet, nella bella Vrijdagmarkt a nord del centro. In un angolo della piazza si trova il famoso cannone che dà il nome al locale. L’interno è tanto bello quanto bizzarro (tra i vari oggetti figurano anche due parchimetri…), la lista delle birre non è sterminata ma ragionevole. Qui ci beviamo la nuova Troubadour Magma (fatta da De Proef…), l’ennesima Belgian IPA ben fatta ma abbastanza pigna, e la “classica” Gentse Tripel, birra senza infamia e senza lode fatta da Van Steenberge. Per una volta (le uniche 2 ore in tutto il viaggio…) il cielo è sereno e fa caldo, e ci accomodiamo nei tavolini esterni sulla piazza.

L’ultimo locale che visitiamo a Gent è il Trollekelder, in una piazza non lontano dalla Vrijdagmarkt dominata da una chiesa. La vetrina, e l’interno, è non sorprendentemente popolato di statue di troll, alberi, funghi e oggettistica varia; la lista è più ridotta di quella del Dulle Griet, ma comunque è un posto da visitare. Anche qui è presente una birra fatta per il locale dall’immancabile Van Steenberge, una strong ale discreta.

Un altro locale di Gent che pare meriti la visita è il Trappistenhuis, nella parte orientale del centro. Non riusciamo a visitarlo però dal momento che se su internet l’orario di apertura sembrava partire dalle 11, il cartello (modificato a mano di recente) sulla porta del locale indicava apertura alle 15. Sarà per un’altra volta.

Passata la notte a Gent, e bevuta un’ulteriore birretta mattutina al Dulle Griet, ci spostiamo in treno a Brugge. Qui il nostro albergo, della catena Etap, è praticamente DENTRO la stazione. Se la camera è poco più grande di una cuccetta ferroviaria, il prezzo è però estremamente conveniente. Da qui ci muoviamo a piedi per il centro, e appena varcato il viale di circonvallazione ci troviamo all’interno di un meraviglioso parco. Restiamo subito affascinati da questa splendida città: se Gent ha un bel centro storico con qualche casa in stile “fiammingo” col tetto a punta, Brugge è nella sua totalità costituita da edifici pittoreschi, e se non fosse per la moltitudine di turisti che la affolla sembrerebbe quasi di trovarsi a fine seicento. Insomma, la città è così bella da sembrare finta, con tutto ciò che questo comporta: come già detto turisti ovunque e milioni di negozietti (soprattutto di cioccolato) per essi (e per noi!!) pensati.

Andando verso il centro a un certo punto il mio naso non mi tradisce: senza averlo minimamente previsto passiamo davanti alla fabbrica del birrificio “De Halve Maan“. Annesso alla produzione vi è un grosso bar-ristorante aperto nel pomeriggio: riusciamo a infilarci per pochi minuti prima della chiusura delle 17, giusto in tempo per berci una Brugse Zot chiara e una scura (molto meglio la prima).
Proseguiamo sempre verso il centro, in direzione del Markt. Davvero sorpresi dalla straordinaria bellezza della città, punto quello che avrebbe dovuto essere una delle tappe imprescindibili del viaggio, ovvero il ristorante Erasmus, noto per una lista di birre non sterminata ma per alcune chicche, su tutte la “3×7″, birra celebrativa prodotta da De Dolle per il 21° compleanno del locale, circa una decina di anni fa. Raggiungiamo il locale e notiamo le scritte serigrafate sui vetri, che invitano a provare le centinaia di birre in lista, non possiamo esserci sbagliati, è questo. Entriamo e restiamo un po’ sorpresi, dato che l’interno è piuttosto posh, a metà tra il moderno e l’orientale, ma sapevo che lo stile dell’arredamento è soggetto a frequenti e poco sensate variazioni e che spesso lascia interdetti.
Ma l’interdizione è nulla di fronte allo sconcerto più totale che ci attende: portataci la lista, nell’ultima pagina noto una “carta delle birre” quantomeno limitante, circoscritta ai più grandi classici belgi (Duvel, Rochefort, Orval e via dicendo) nel numero di massimo due decine. Chiedo un po’ titubante al signore che ci serve la lista delle birre e mi risponde in un modo un po’ seccato che tutto quello che hanno è nella lista già in mio possesso. Alla mia insistenza riferisce che c’è stato un cambio di gestione e che tutte le birre che c’erano non ci sono più, e che alla nuova gestione interessa poco la birra dato che si consuma in fretta (?). Delusione più totale. E tristezza, per l’ennesima “perla” nel panorama brassicolo belga andata perduta.
Per la cronaca, il cibo ok è buono ma abbastanza caro.

Per smaltire questi sentimenti negativi ci spostiamo presso un altro dei locali più noti della città, il Cambrinus. Si tratta di un locale piuttosto grosso e sempre molto affollato, anche di turisti. L’interno è decisamente lontano dal tipico locale belga, e dotato di un lungo bancone. La lista è effettivamente molto ampia, senza chicche particolari ma con birre anche di birrifici non proprio comuni. Il cibo è buono, se si riesce a trovare un tavolo libero!

La nostra destinazione ora è il leggendario Brugs Beertje, l’Orsetto di Brugge, autentica istituzione tra i biercafé del Belgio. Il locale, in una breve via non lontana dal Markt, è piuttosto piccolo e diviso in due salette, ma decisamente affollato ad ogni ora del giorno, da una clientela di tutte le fasce d’età. La selezione è vasta ma abbastanza classica, i prezzi sono nella media, e si può anche mangiare qualcosa. Prendiamo una ottima Cuvée de Ranke (a 9€ la bottiglia da 75) e, alla spina, una sconosciuta “Tripel Kanunnik” che si rivela prodotta da un recentissimo birrificio belga “Wilderen” (Tripel canonica e secca, buonina). Il locale è gestito dalla mitica Daisy Claeys, che però incontriamo solo la sera successiva.

Il venerdì lo passiamo ancora a Brugge: durante la giornata ci spostiamo verso la parte orientale del centro storico, dove si trova uno dei “locali” più particolari che mi sia mai capitato di vedere (e in Belgio con l’originalità non scherzano). Si tratta del Bierboom, piccolo locale che fondamentalmente è un beer shop, con in più due frighi e qualche tavolino per gustare sul momento la birra scelta. Il tutto in un ambiente molto rustico che si confonde apparentemente con la casa dei titolari. Il proprietario, Rudy Vossen, è un simpatico personaggio che ci ha subito preso in amicizia ed è rimasto colpito dal racconto della mia collezione di bottiglie. Inoltre i prezzi delle bottiglie sono decisamente competitivi. La selezione non è molto grande, ma sono riuscito a bere la famosa birra “Mons des Cats” di cui tanto si è parlato, una canonica belgian ale prodotta a Chimay per il monastero trappista dell’omonimo monte francese poco di là dal confine, che ambisce a diventare l’ottavo produttore a fregiarsi del logo esagonale (prima deve però dotarsi di un impianto proprio).

Tra il Burg e il Markt, in uno stretto vicolo che si diparte dalla strada che collega le due piazze, vi è il “De Garre“, locale piccolo ma molto caratteristico. La scelta non è sconfinata ma sui Lambic risulta ben fornita, ci beviamo una kriek e una gueuze di Hanssens. Appena entrati però la signora ci porta “di default” la omonima tripel prodotta per il locale (dall’immancabile Van Steenberge), come al solito discreta.

Non ci siamo stati perchè non aveva ancora aperto, ma segnalo che al numero 15 del Burg si trova ora il negozio (con anche 3 spine per degustazione) del famoso birrificio Struise. Se siete dei modernisti vi potrà interessare…

Gli ultimi due locali meritevoli di Brugge si trovano in una strada che si diparte dal Markt verso nord, esattamente uno di fronte all’altro. Il primo è il Poatersgat (“buco del monaco”), che si trova nel sotterraneo di una chiesa e a cui si accede con una bassa porticina. L’unico stanzone, piuttosto grosso, dispone anche di vari giochi come calcio balilla e freccette. Non mangiamo ma beviamo due “flemish red” scelte dalla discreta lista: la Vichtenaar di Verhaege e la Ichtegems Grand Cru di Strubbe.
Di fronte si trova il Comptoir des Arts, a cui si accede da un’analoga porticina. Questo è più piccolo e forse anche la lista è leggermente meno fornita, ma comunque degna di nota. Per la cronaca, beviamo una Monk’s Stout di Dupont e una Kriek Marriage Parfait di Boon.

La nostra ultima sera a Brugge finisce tra il Cambrinus e il Brugs Bertije, dove saluto la città con una Dulle Teve sempre splendida.

A presto per l’ultima parte del report, stavolta a spasso per le Fiandre!

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