Verticale di Orval

Era un po’ che l’avevamo in mente e che “raccoglievamo materiale”, e finalmente è arrivato il momento: con alcuni amici abbiamo allestito una verticale di Orval. 12 cotte diverse, comprese tra il 2005 e il 2012, assaggiate in ordine di età a partire dalla più giovane per cercare di stabilire come il tempo agisca sulla più inusuale delle trappiste e quali eventuali cambi di ricetta siano stati fatti nel corso degli anni. Si tratta di Orval “nuove”, posteriori cioè al 2004 quando molto probabilmente la ricetta (e anche l’etichetta) ha subito alcuni aggiustamenti.
Alcune bottiglie consecutive erano distanziate anche di più di un anno, altre di pochi giorni: abbiamo quindi potuto riscontrare anche la variabilità da una cotta all’altra dal momento che le condizioni di invecchiamento erano le stesse per tutte le bottiglie.
Vediamo cosa abbiamo riscontrato andando per ordine. La data si riferisce alla data della cotta, stampigliata sull’etichetta. Si tenga conto che l’assaggio è stato effettuato a ottobre 2012.

Schigi non uccidermi, non avevo sufficienti bicchieri "Orval"...

29/2/12 L’Orval bisesta è una birra decente ma “insulsa”, con ben poco di quel carattere tipico del suo nome. Alla cieca probabilmente avremmo fatto fatica a riconoscerla…
5/5/11 Versata di fianco alla precedente, si rivela sensibilmente più scura. In bocca emergono delle note quasi vinose e di leggera ossidazione (la bottiglia aveva tenuto, la birra faceva schiuma)
24/3/11 Molto simile alla 29/2/12, con le varie componenti un po’ più amalgamate grazie all’invecchiamento maggiore.
16/2/10 Oh, eccoci: una tipica Orval col “gout d’Orval”, piuttosto amara e con la tipica nota brettata (dovuta all’utilizzo di lieviti selvaggi Brettanomycies Bruxellensis, un po’ acidula e pungente). Solamente, anche questa, un po’ più scura rispetto a quel caratteristico colore quasi arancione.
3/2/09 Abbastanza simile alla precedente, ma più ammorbidita. Sembra quindi che l’età critica per l’Orval sia di due anni e mezzo e che poi inizi la parabola discendente.
31/1/08 Completamente andata: violento gushing dalla bottiglia, ciò che rimane è una fanghiglia brettata. Ne abbiamo aperta un’altra che era stata conservata in un’altra cantina ma il risultato è stato identico.
15/11/07 Dalle stalle alle stelle: questa si rivela una “ottima Orval d’altri tempi”, dal carattere tipico e dal vigore per nulla ammorbidito dai quasi cinque anni passati in bottiglia.
13/11/07 Appena due giorni in più della precedente: il carattere è il medesimo, ma è visibilmente più scura e in bocca presenta una nota vinosa. Sembra quindi che ci siano decisi scostamenti tra una cotta e l’altra anche a distanza di pochi giorni e indipendentemente dalle condizioni di invecchiamento.
30/1/07 Anche questa è una Orval “vecchia maniera”, ma decisamente meno pungente delle due precedenti. La nota brettata è in evidenza ma nel complesso la birra è più armonizzata.
27/4/06 Idem come sopra: una “classica Orval” ma molto più ammorbidita. Si percepisce chiaramente che si tratta di una birra di una certa età, si sentono note sapide, quasi salate.
15/2/06 Sorprendentemente questa birra è caratterizzata da un fortissimo amaro mentre altre componenti sono andate col tempo scemando. Strano, dato che l’amaro da luppolo è una delle caratteristiche più volatili e che si perdono rapidamente col tempo.
26/1/06 La più anziana delle Orval a nostra disposizione è una birra che dimostra tutta la sua età: la nota dolce e mielata, praticamente assente in una Orval nuova, è ben in evidenza. Ciononostante si tratta di una birra che ha ben tenuto gli anni: sicuramente oltre il vertice della parabola ma comunque ancora in discreto stato.
Cosa è emerso da questa verticale?
Sicuramente che l’Orval è una birra che tiene l’età piuttosto bene, nonostante le sue caratteristiche, tanto per iniziare il grado alcolico abbastanza basso, non facciano certo pensare a una birra da invecchiamento.
Inizialmente sembrava che il culmine della parabola, ovvero il periodo di invecchiamento nel quale la birra continua a migliorare, e dopo il quale invece inizia a spegnersi, fosse attorno ai due anni e mezzo. La bottiglia del 15/11/07 invece ci ha dimostrato che anche dopo 5 anni questa birra si possa dimostrare in ottima forma, mentre quelle più vecchie hanno tutte manifestato segni di cedimento. Possiamo quindi pensare come, attorno al 2008, effettivamente qualcosa nella ricetta sia stato cambiato: le Orval successive a quella data raggiungono il loro picco dopo 2 anni e mezzo, quelle precedenti dopo cinque. Nessuna di quelle “nuove” tuttavia ha dimostrato il carattere della migliore di quelle “vecchie”, segno che molte caratteristiche spigolose sono sicuramente state “limate” col presunto cambio di ricetta.
Indipendentemente da tutto ciò, abbiamo riscontrato talvolta delle notevoli differenze tra una birra e l’altra anche a distanza di pochi giorni, a partire da caratteristiche palesi come il colore. L’Orval è quindi meno standardizzata di quanto si possa pensare che sia un prodotto come questo famoso in tutto il mondo.
Qualcuno di voi ha provato a fare verticali di Orval, o a degustare questa birra con qualche anno di invecchiamento?

PS: a proposito di Orval, è notizia di poche settimane che il suo storico birraio, Jean-Marie Rock (laico), andrà in pensione il prossimo ottobre e aprirà un proprio birrificio nei dintorni di Bouillon. Questo è il link con l’intervista in francese.
Dalle poche notizie che ha dato, pare voglia riprendere in mano un’antica tradizione Belga, staremo a vedere. Parlando a Rimini con Carl Kins, ho appreso che la produzione verrà presa in mano da Anne-François Pypaert (notizia poi riportata da vari siti internet), che già da vent’anni lavorava al birrificio nel controllo qualità. Carl mi ha riferito che negli ultimi anni alcune cotte sono state effettuate sotto il diretto controllo di Anne, e che questo può quindi spiegare la così marcata differenza tra cotte anche consecutive che abbiamo riscontrato.
Anche qui, staremo a vedere, tenendo le dita incrociate.
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10 risposte a Verticale di Orval

  1. Mattia PP scrive:

    E’ già due volte che vado al Kulminator e mi viene voglia di fare la stessa cosa.
    Poi però (a volte inspiegabilmente, a volte meno) viro su altro, perchè c’è sempre la sensazione che la verticale di Orval sia, per quanto ottima, un possibile esperimento casalingo e un po’ “sprecata” per il Kulminator.

    • Sergio Riccardi scrive:

      Si, sicuramente al Kulminator c’è di meglio, tipo la verticale di Stille Nacht a 35 euro (c’è ancora?)
      Ora che ci penso è una vita che non ci vado… Ho saputo che la prima Oerbier e la WV 6 sono finite, confermi?

  2. Michele scrive:

    Post molto interessante! Sergio, è possibile conoscere la provenienza delle bottiglie oggetto della verticale? Te lo chiedo perchè Alberto Laschi, circa un anno fa, pur concordando con te sulla negativa metamorfosi subita dalla Orval attuale, avanzava anche il sospetto che le Orval reperibili presso la GDO potessero presentare delle differenze rispetto a quelle distribuite attraverso canali differenti. Che ne pensi?

    • Sergio Riccardi scrive:

      Ciao Michele,
      tutte le bottiglie sono state acquistate nella GDO, praticamente tutte in diversi Delhaize in Belgio a parte le due più recenti, prese alla Coop in Italia.
      Personalmente non credo che ci siano differenze nella ricetta tra le birre destinate ai canali differenti, sicuramente le condizioni di conservazione possono influire sulla loro evoluzione, sarebbe da fare una “orizzontale” con birre acquistate da vari canali, anche se come abbiamo visto cotte anche adiacenti risultano essere piuttosto diverse, quindi non saprei come interpretare i risultati.

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